recensioni

La Stanza, di Jonas Karlsson

La Stanza è il primo romanzo di Jonas Karlsson, scrittore svedese che tra l’altro fa anche l’attore (potreste averlo visto in Black Mirror, ep. 03×06) e al quale, evidentemente, piace creare o partecipare a cose disturbanti. Perché Black Mirror è alquanto disturbante e La Stanza è alquanto disturbante. Poi di viso assomiglia a Draco Malfoy. Così, per dire, poi voi traetene le conclusioni che volete.


La prima volta che sono entrato nella stanza, sono tornato quasi subito indietro. In realtà dovevo andare in bagno, ma avevo perso la strada. […] Toh, ho pensato. Una stanza. Ho aperto e chiuso la porta. Niente di più.

Il protagonista del romanzo, Bjӧrn, è un impiegato che lavora da poco in un ufficio pubblico. Capiamo subito che tipo è Bjӧrn: meticoloso e arrivista, zelante e spocchioso, intenzionato a raggiungere prestigio e alte posizioni lavorative in breve tempo, anche a costo di lavorare ventiseimila ore al giorno senza pause. Già dal primo giorno, infatti, Bjӧrn mette in pratica una serrata routine che rispetta alla lettera: lavorare più ore possibile di seguito, evitare le pause caffè, pause pranzo, pause-chiacchiere con i colleghi, pause per andare in bagno, pause per respirare, pause per andare in bagno a respirare —insomma per Bjӧrn conta soltanto il lavoro… finché fa la sua comparsa la “stanza” del titolo: è una stanza in cui Bjӧrn si imbatte per errore, vuota se non per la scrivania ordinatissima, lucida e pulita come uno specchio, e gli oggetti di cancelleria ordinatamente posizionati, catalogati, pronti all’uso. Il sogno di ogni stationery-addicted. La stanza dà a Bjӧrn un senso di pace, di tranquillità ed estrema beatitudine, così inizia a recarvisi regolarmente e anche a costo di fare strappi alla rigida regola che si è imposto. Vi si reca per lavorare, per riposarsi, per godersi la solitudine. In fondo il suo lavoro non ne risente, anzi quando si reca nella stanza riesce persino a lavorare meglio, eppure i colleghi non sono contenti che Bjӧrn usi la stanza. Il problema è che nessuno, tranne Bjorn, la vede: tra i bagni e l’ascensore, dove Bjӧrn vede una porta bianca che conduce al perfetto e paradisiaco ufficio, i suoi colleghi non vedono altro che un perfetto, liscio muro, dove Bjorn spesso se ne sta, dicono, faccia al muro a fissare il vuoto con un’espressione da ebete in viso. *Creepy*

C’è davvero la stanza? É lui il pazzo o sono gli altri che non possono vederla, e se sono gli altri a non vederla, perché? Perché si apre a lui e a lui soltanto?

Era la stessa cosa con la stanza? Un giorno forse avrebbero scoperto anche loro quello che io, tanto tempo prima, avevo cercato di mostrargli? Forse non erano in grado di vedere ciò che a me appariva ovvio? Era così che si sentiva Copernico?

La sinossi ci suggerisce che La Stanza sia un romanzo sull’alienazione, sul burnout dovuto ad un lavoro troppo pesante, a ritmi lavorativi bestiali e inumani: a mio parere questa è soltanto una delle possibili interpretazioni, certo è che le atmosfere disturbanti ricordano contenuti simbolo dell’omologazione e della critica al capitalismo come Another Brick in The Wall o il film Tempi Moderni, e certo è che sicuramente chiunque abbia scritto la sinossi non sbaglia a definirlo “kafkiano”: il senso di alienazione, accentuato dallo stile secco e personale e dai capitoli brevi, rapidi, lapidari, che costringono ad una lettura vorticosa, risucchiante, è reso alla perfezione grazie alla narrazione inaffidabile e bipolare, assurda e incomprensibile, che ribalta di continuo i personaggi, la storia stessa, costringendoci a ripensare tutto daccapo ogni volta. Bjӧrn è ora un malato di mente ora l’eroe di una storia paranormale ed unico detentore della chiave d’accesso alla stanza, i colleghi ora sono ciechi e intolleranti ora vittime delle stranezze di Bjorn. Questo continuo cambio di scena, di prospettiva, ci spinge ad iniziare il gioco del detective, vagando per le pagine con pipa e lente d’ingrandimento per cercare indizi, sondare i pareri di ogni personaggio per arrivare alla risposta definitiva.

Il talento dell’autore si intuisce da subito, dal momento in cui ci accorgiamo che la caratterizzazione dei personaggi è così realistica e così evocativa che già a pagina cinque odiamo Bjӧrn come se ce l’avessimo davanti in carne ed ossa. Così pure i colleghi, malfidati e poco tolleranti verso il nuovo arrivato. Sia all’uno che agli altri viene anche concesso, però, un lato umano in cui riconoscersi che aiuta ad empatizzare con loro nonostante siano oltremodo detestabili: Bjӧrn sarà anche inquietante ma che abbia delle difficoltà è evidente, e i colleghi potrebbero certo essere più comprensivi ma è anche vero che un tipo che passa ore a fissare il muro e poi dice di essere stato a Narnia invece di lavorare è ben terrorizzante, oltre che fastidioso perché viene pagato per lavorare e non per fissare una cavolo di parete.

E quindi ci troviamo a donare la nostra simpatia ora all’uno ora agli altri and back again, avanti e indietro come Conte al Governo. Stanza sì, stanza no. Bjorn sano, Bjorn svalvolato. Colleghi stronzi, colleghi vittime. L’unico personaggio che, personalmente parlando, si è guadagnato la mia ferma, immutabile simpatia dall’inizio alla fine è Karl, il capoufficio, prevalentemente perché ad un certo punto fa anche tenerezza, povero Cristo, vederlo camminare sui gusci d’uovo per salvare le sorti del precario ufficio, cercando strenuamente di metter d’accordo tutti senza schierarsi mai apertamente con l’una o l’altra fazione, senza mai dire RAGA MA QUALE PORTA oppure RAGA MA CHE NON CI VEDETE C’É PALESEMENTE UNA PORTA o ancora RAGA LA FINITE CON L’ACCIDENTI DI PORTA NON CE NE FREGA NIENTE DELLA DIAVOLO DI STANZA POSSIAMO LAVORARE IN SANTA PACE CORTESEMENTE, niente: lui è lì nel suo ufficio, visibilmente provato dalla situazione generale ma che con pazienza e sangue freddo suggerisce soluzioni, fa proposte, accoglie le opinioni di tutti senza giudizio e con una calma zen che gli invidio molto. Love u Karl.

Il romanzo si legge nel giro di qualche ora, sia per l’estrema brevità sia per i capitoli corti ed essenziali che tengono l’attenzione sempre alta, che danno al lettore poche gustose briciole per volta spingendolo a volerne sempre di più. É una lettura divertente e profonda, piacevolmente assurda e delirante, con l’unica pecca del finale, secondo me un po’ troppo affrettato.


Non so mai come finire i post e oggi ho poca voglia di vivere quindi mi limito a ciao, ci vediamo alla prossima, grazie d’esser passati ❤

sabrina

Isbn Edizioni, 2014. Trad. Alessandro Bassini

2 pensieri riguardo “La Stanza, di Jonas Karlsson

  1. Lo cita spesso Matteo Fumagalli nei suoi video su YouTube, infatti mi aveva molto colpito per la sua particolarità! Credo sia proprio da leggere prima o poi.
    Il riferimento a Malfoy mi ha fatto morire 🤣
    E concordo sulla difficoltà di trovare sempre una conclusione decente all’articolo!

    Piace a 1 persona

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