recensioni

L’invenzione del suono, di Chuck Palahniuk

Allora, premessa: Chuck Palahniuk è il mio primo amore letterario e non sarò mai completamente imparziale nel parlare dei suoi libri. Seconda premessa: è ormai opinione diffusa e accettata con un certo dolore dalla comunità di lettori ammiratori di Chuck Palahniuk che i suoi ultimi lavori facciano un po’ schifo abbiano registrato un calo qualitativo rispetto ai vecchi romanzi: L’invenzione del suono, quindi, il suo ultimo romanzo, esce in libreria con un carico di responsabilità non da poco, con il mondo dei lettori diviso in chi si aspetta l’ennesima delusione da uno scrittore ormai in declino e chi si fionda a leggerlo aspettandosi il ritorno in grande stile del Re della Narrativa Contemporanea.

Io e il mio bravo disturbo evitante di personalità abbiamo saggiamente deciso di evitare qualsiasi aspettativa, scacciare ogni pensiero pre-lettura e goderci il suo nuovo libro scevri da ogni speranza o pregiudizio: e, non per vantarmi, ma abbiamo fatto bene, perché se mi fossi lasciata sedurre dall’eccitante prospettiva del nuovo bestseller della mia impareggiabile fiamma letteraria l’assordante rumore del mio cuore che esplodeva in duemila miliardi di pezzi causa delusione amorosa lo avrebbero sentito anche gli ipotetici abitanti di Nettuno.

Ma smettiamola di fare i vaghi e procediamo con la recensione.


Il romanzo segue due storie parallele: c’è Gates Foster, un uomo profondamente segnato dal rapimento della figlia piccola avvenuto diciassette anni prima che non ha mai perso la speranza, se non di ritrovare la piccola Lucy, per lo meno di scoprire la verità sul rapitore per potersi fare giustizia; c’è poi Mitzi Ives, una giovane donna che lavora come rumorista ad Hollywood. Mentre Foster si destreggia (malamente) tra le spire del trauma e del lutto e mentre una pallida scia d’indizi sembra dipanarsi di fronte a lui inducendolo a pensare di essere forse finalmente sul punto di scoprire la verità sulla sparizione della figlia, Mitzi vende a produttori cinematografici esigenti e straricchi i suoi prestigiosi, celebri e richiestissimi urli, tanto ben fatti e credibili da risultare realistici in un modo decisamente disturbante: Mitzi e i “suoi” urli saranno la chiave d’accesso ad un mondo sporco e corrotto, egoista e mercificante come quello di Hollywood, e dal momento in cui incrocerà, inevitabilmente, la strada di Foster, si andrà a scatenare una reazione a catena di distruzione e sfacelo che smaschererà tutta l’ipocrisia, la contraddittorietà del perfetto e splendente mondo di Hollywood.

Tutti vogliono suscitare un effetto. C’è gente che passa la vita a cercare di strappare una risata. O di sedurre un pubblico di sconosciuti. Lo scopo è quello di mercificare qualcosa, di replicarlo, di venderlo: sono queste le pulsioni umane più intime

Il romanzo parte decisamente bene: si apre con una scena ad effetto che cattura subito l’attenzione, e fin da subito Palahniuk ci dà in pasto minuscole ma deliziose briciole, abbastanza minuscole e abbastanza deliziose da tenerci incollati alle pagine, bramosi e affamati; lo stile serratissimo e asciutto, sporco e metallico di Palahniuk di certo non aiuta a rendere la lettura meno assuefacente, meno spiazzante e squisitamente paranoica. Le premesse, annunciate già dalla sinossi, sono promettenti: un’acuta e scomoda riflessione sulla mercificazione della sofferenza, sulla pornografia del dolore nelle produzioni cinematografiche di massa e nell’arte in generale. Ah, Palahniuk, tu e la tua inconfondibile verve creativo-distruttiva accendi-cervello mi siete mancati.

Ma è proprio quando sei lì, beata nella convinzione che Palahniuk sia in forma smagliante, che sia dopotutto tornato alla brillante creatività d’un tempo, proprio a quel punto tutto l’adrenalinico fervore si esaurisce, di colpo, senza preavviso la corsa si interrompe, la scarica che ti percorreva il corpo sparisce e ti ritrovi a leggere una storia che già a metà ha detto tutto quel che aveva da dire. La delusione è tanto più cocente dato l’alto potenziale che, a mio parere, aveva la storyline di Foster: la sua caratterizzazione è originale, credibile e realistica, è chiaramente percepibile sulla nostra pelle di lettori tutto il profondissimo dolore, l’intensa, etero-distruttiva rabbia che l’uomo cova da anni, che da quasi vent’anni continua a nutrire, ad accrescere, unico motore che lo tiene in vita. La sua linea narrativa è costellata di colpi di scena sempre ben piazzati e (quasi) mai banali, e a dare ulteriore soddisfazione è lo scavo psicologico magistrale nel personaggio distrutto ma sempre freddamente lucido di Foster.

Poi però arriva Mitzi, Mitzi e la sua personalità copincollata da mille altri personaggi di Palahniuk, Mitzi che è indistinguibile da Marla Singer in Fight Club, da Victor Mancini in Soffocare, da Misty in Diary, Mitzi che ho odiato già due minuti dopo la sua comparsa sulla scena perché la piega scontata e prevedibile che stava prendendo il suo personaggio era un colpo al mio cuore innamorato. La storyline di Mitzi diventa chiara troppo presto, un lettore di media intelligenza e mediocre spirito intuitivo come la tutt’altro che brillante sottoscritta non fa fatica a capire dove la storia andrà a parare ben prima che questa suggerisca che potrebbe, potenzialmente e se le gira male, andare a parare da qualche parte. Il risultato è intuibile: i colpi di scena, rovesciati sulle pagine a tonnellate, quasi a caso e scriteriati, finiscono per suonare come un tentativo goffo e sbadato di scioccare l’annoiatissimo lettore, una mera bozza, un pallido e malfatto schizzo di una narrazione che prometteva benissimo se solo fosse stato portato a termine.

La storyline di Mitzi non è insalvabile, la schietta e arguta polemica contro le bugie di Hollywood, contro quel mondo solo in apparenza scintillante e perfetto ma marcio alla base, eretto su fondamenta di cannibalismo emotivo e mercificazione del dolore è quanto di più piacevolmente “palahniuk-esco” ci sia, il genere di critica politico-sociale e culturale che gli amanti dello scrittore americano adorano ritrovare: peccato che tali brillanti riflessioni poggino su una trama debole e inconsistente, traballante, insensata, che ci prova decisamente troppo a scioccare il lettore con un risultato un po’ grottesco e forzato. Tutta la seconda parte del romanzo, quella che svela pian piano la soluzione al mistero della piccola Lucy e a com’è legata alla storia di Mitzi non suscita altro che un incessante, continuo e incredulo “Chuck cosa diamine stai facendo che è sta roba fermati prima che qualcuno (aka la tua dignità d’autore, già traballante) si faccia male”.

L’invenzione del suono è un buon libro, non fraintendete, con ottime premesse e tratti indubbiamente geniali, sicuramente migliore di alcuni suoi lavori e, a patto di non essere esigenti come la sottoscritta che come avrete capito è d’indole rompicoglioni, assolutamente godibile. C’è però decisamente di meglio nella bibliografia dell’autore…duole usare la parola “mediocre” per il mio amico di una vita, ma la verità non va mai taciuta, per quanto essa ci frantumi il cuore.


Bene se siamo tutti d’accordo per oggi la smetto qui di rompere le scatole coi cuori infranti per un libro che non è nemmeno tutto sto disastro, vi ringrazio d’avermi letto e nell’attesa di un riscontro porgo cordiali saluti.

Avete letto o leggerete L’invenzione del suono? Anche voi avete sofferto di delusione estrema come me o voi invece state bene di testa? Vi piace Palahniuk in generale? (se lo odiate potete dirlo senza problemi, il mio cuore è “already broken” per citare Peaky Blinders, non potete aggravare la situazione neanche volendo.)

sabrina

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