recensioni

L’amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez

L’amore ai tempi del colera si lascia precedere dalla sua fama di romanzo d’amore, e così il lettore apre il libro già pregustando quella che senz’altro è una tra le più belle storie d’amore mai raccontate, la più romantica e dolce e intensamente passionale relazione mai esistita tra due persone. Già s’immagina, l’ignaro lettore, la calda e accogliente sensazione del cuore che si scioglie, le lacrime di commozione che bagneranno il suo viso, i brividi che ne percorreranno il corpo. In effetti di brividi me ne sono venuti parecchi, ma nel caso in cui non aveste colto la sottile nota sarcastica ci tengo a precisare che suddetti brividi sono stati tutt’altro che piacevoli e commossi.
Ma lasciate che vi spieghi.

Seguono lamentele femministe, blandi spoiler e citazioni un po’ a caso e un po’ no.

Si lasciò portare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce ma che la vita li obbliga ancora molte altre volte a partorirsi da loro stessi.

La trama è molto semplice: Florentino Ariza, un giovane telegrafista amante della poesia, si innamora di Fermina Daza, “la più bella ragazza del Caribe”. A forza di lettere d’amore tanto ben scritte che sembrano opera del dio Apollo il nostro prode conquista il cuoricino della ragazza: visto che però niente dura per sempre (nemmeno la fredda pioggia di Novembre) dopo un primo, intenso e passionale amorino adolescenziale Fermina di colpo ci ripensa, manda a monte con uno schiocco di dita mesi e mesi di eroici e coraggiosi progetti condivisi di sposarsi di nascosto dal padre di lei, contrario all’unione e, scoprendosi non più innamorata di Florentino, rompe il fidanzamento con lui e sposa un altro. A Florentino, capirete, si spezza il cuore, non si dà pace e, nel pieno del dolore che attanaglia il suo spirito ferito dalla delusione amorosa, giura amore eterno a Fermina Daza: giura di conservarsi vergine per lei, giura di aspettarla per sempre, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, ci volesse anche un’eternità lui starebbe lì fermo ad aspettare l’amore di Fermina. Ed è così che dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”, Florentino tiene finalmente fede alla promessa (che nessuno gli ha chiesto di fare, ma comunque): venuto a sapere della morte dell’ormai venerando marito di lei, Florentino si presenta da Fermina e le ribadisce l’eterno giuramento d’amore. Come va a finire è scontato ma non ve lo dico lo stesso.

Tutto molto bello, ma il colera?, chiederete voi. Il colera fa da sfondo, è il morbo che infesta a ondate il Sudamerica (qui è ambientato la storia) mietendo vittime per tutta la durata del romanzo, ma è anche usato come metafora dell’amore: i sintomi del colera, ripete l’autore diecimila volte, sono simili a quelli dell’amore; entrambi colpiscono tutti senza distinzione, entrambi fanno soffrire, perdere l’appetito, rendono pallidi e assorti presso roventi muri d’orti e cose del genere.

Non ebbe mai la pretesa di amare né di essere amata, pur avendo sempre la speranza di trovare qualcosa che fosse come l’amore, ma senza i problemi dell’amore.

Nessuno come Marquez riesce a raccontare il niente più assoluto con tanto poetico trasporto, e non lo dico con sarcasmo, è una qualità che ho sinceramente apprezzato nei suoi romanzi letti fin’ora. Da circa metà libro in poi, da quando cioè Fermina si risposa ghostando barbaramente Florentino Ariza non succede letteralmente niente all’infuori di Florentino che colleziona partner sessuali lamentandosi di quando miserabile sia la vita senza Fermina – fino alle ultime dieci/venti pagine finali, in cui invece succedono molte cose. Sembrerebbe noioso, eppure la narrazione, il linguaggio, gli espedienti narrativi usati rendono tutto questo “niente” molto piacevole e sicuramente capace di tenerti incollato fino alla fine, se non altro per la prosa ironica e bellissima.

Il fulcro del romanzo è senz’altro l’amore, che nella filosofia dell’autore era il motore dell’umanità e l’unico espediente mediante il quale l’uomo potesse elevarsi e aspirare ad un mondo pacifico ed equo: una lode all’amore, che L’amore ai tempi del colera descrive nelle sue varie forme – l’amore platonico, l’amore tra marito e moglie, il desiderio sessuale.  Il rapporto tra Fermina e il marito è descritto molto bene, il ritratto perfetto del matrimonio sbilanciato e unilaterale tipico di una società patriarcale e di molte relazioni di lunga data, nate per caso e poi protratte per pigrizia, per convenienza, per abitudine o perché si continua a confondere, dopo tanti anni, l’affetto con l’amore. Quanto agli altri due tipi d’amore, è qui che sorgono dei problemi ed è qui che un lettore armato di istinto polemico in una mano e di umano spirito critico nell’altra troverebbe diversi motivi di sbigottimento. Per esempio.

L’oggetto di questo romanzo è piuttosto inquietante. Il nostro “romantico” protagonista viene rifiutato dalla ragazza che ama e, spacciandosi per “malato d’amore” o “incantato dal maleficio dell’amore” o altre sciocchezze del genere, decide che poco gli importa del parere contrario di Fermina sulla cosa, lui la avrà in moglie e fine del discorso. Questa cosa di ignorare il consenso della gente il buon Florentino non la fa soltanto con Fermina, ma con diverse altre donne che inizialmente oppongono resistenza al suo fascino, perché secondo lui “quando una donna dice di no, in verità vuole soltanto farsi pregare”. Il nostro Cavalier Servente è, tra l’altro, molto geloso che Fermina abbia rapporti carnali con suo marito, e che diritto abbia di essere geloso non s’è capito dato anche il fatto che lui, invece, fa sesso con tre quarti della popolazione Sudamericana senza sentire il minimo senso di colpa.

Insomma, se la storia d’amore bellissima, tenerissima e tra le più romantiche di sempre è quella tra una donna che ha detto “no grazie sparisci” e un uomo che ha capito “ok dai insisto per mezzo secolo finché non cedi al mio incredibile fascino” direi che stiamo messi piuttosto male. Quello che il romanzo fa passare per “amore che sfida lo scorrere del tempo” non è amore e non sfida alcunché, è soltanto un ossessivo ed egoista bisogno di possedere l’altra persona. Tipo Ross con Rachel in Friends. E se vi è venuto il dubbio che io stia esagerando vi lascio questo interessante passaggio da cui si evince tutto l’altruistico, spassionato amore di Florentino per Fermina:

Pregava Dio che la scintilla della giustizia divina fulminasse Fermina Daza allorché si fosse disposta a giurare amore e obbedienza a un uomo che la voleva in sposa solo per ornamento sociale, e si estasiava alla vista della promessa sposa, sua o di nessuno, distesa per terra sulle piastrelle della cattedrale con i fiori d’arancio imbiancati dalla rugiada della morte

Appurato dunque che l’amore matrimoniale è una noia ed è privo d’amore e che quello platonico fa soffrire come il colera, rimane l’amore passionale che, sembrerebbe dalle parole dell’autore, non delude mai e raramente fa soffrire. Mi permetto di dissentire. Che il sesso occasionale sia la più alta, pura e intensa forma d’amore, come il romanzo sembra suggerire fortemente, è opinabile ma immagino dipenda dall’etica personale di ognuno, quindi su questo non discuto. Discuto sì, invece, sul fatto che la più alta pura e intensa forma d’amore siano il sesso con i minorenni e lo stupro: Florentino sessantenne ha una storia d’amore “bellissima e molto dolce” con una quattordicenne alla quale dovrebbe fare da tutore e non portarsela a letto. Se anche voi, come chi narra la vicenda, trovate la cosa molto romantica fatevelo dire, avete dei problemi. Diversi personaggi, sia uomini che donne, subiscono stupri (sia da uomini che da donne) che vengono, però, raccontati come esperienze estatiche, meravigliose, irripetibili; le vittime sono grate allǝ assalitorǝ per aver aperto loro le porte del Paradiso, per aver fatto provare loro l’amore più bello della propria vita. Sognano di rivederlǝ, sognano che altri facciano loro “un amore così passionale” e si disperano commettendo tragiche scelte quando scoprono di non poterlǝ più rivedere.
Ora, non so cosa volesse intendere Marquez presentando gli stupri come esperienze molto piacevoli e nient’affatto, mai, traumatiche e dunque non salto a conclusioni: dal basso della mia ignoranza mi permetto però di suggerire che se c’erano delle intenzioni educative, metaforiche o allegoriche magari potevamo farle più evidenti, signor Marquez, perché raccontato così, con toni sognanti e romantici, è un modo problematico di presentare l’argomento. Controverso, se vi piace di più.

Cambiando argomento, vi lascio con una citazione che mi ha fatto molto ridere.

Nessuno poteva sopportare che il giovane appena arrivato assaggiasse l’urina del malato per scoprirvi la presenza di zucchero, che citasse Charcot e Trousseau come suoi compagni di stanza, che durante le lezioni avvertisse con severità sui rischi mortali delle vaccinazioni e che invece avesse una fiducia sospetta nella nuova invenzione delle supposte.

Bene, dopo aver scagliato questo inclemente Armageddon su un Premio Nobel, vi dico grazie per avermi letto anche stavolta, se vi va fatemi sapere se avete letto questo o altri romanzi di Marquez. Io ho letto Foglie morte e Cent’anni di solitudine, molto belli.

Mondadori, Oscar Moderni, 2014. Trad. Angelo Morino.

sabrina

7 pensieri riguardo “L’amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez

  1. “Cent’anni di solitudine” e “Cronache di una morta annunciata” sono i romanzi letti finora. Ma non ci siamo trovati fino in fondo. Volevo leggere “L’amore ai tempi del colera” perché mi avevano detto che era un po’ diverso, ma ora non sono più così sicura di voler procedere 😆
    Recensione molto bella comunque 🙂

    Piace a 1 persona

  2. Hai espresso benissimo il mio stesso pensiero sul romanzo, che per altro ho voluto leggere per curiosità dato che chiunque lo considera la storia d’amore più bella. Nulla da dire sulla maestria di Marquez, che è riuscito a tenermi incollata fino all’ultima pagina nonostante detestassi il protagonista. Quello che penso io è che Florentino si sia semplicemente innamorato dell’idea che si era fatto di Fermina, un po’ come Dante con Beatrice. La sua però si trasforma in una sorta di ossessione che dura cinquant’anni, fin quando lei non cede, forse perché ormai non aveva più niente da perdere alla sua veneranda età. Le idee di Marquez sull’amore le trovo alquanto discutibili: anche io ho storto il naso nei passaggi in cui veniva citato lo stupro, ma soprattutto quando Florentino ha una relazione con una quattordicenne che doveva essere sotto la sua responsabilità. Davvero, io di amore non ho visto niente in questo romanzo, se non un tentativo di dare maggior significato a qualcosa che in realtà considero effimero. In alcuni punti sfocia anche nello squallore.
    Torno a ripetere, nulla da dire sulla poeticità della scrittura.

    Piace a 1 persona

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