recensioni

La Luna e i Falò, Casare Pavese

Il capolavoro di Cesare Pavese, ultimo sforzo dello scrittore, pubblicato nel 1950, è un libro immensamente malinconico e struggente, che oscilla tra sentimenti profondamente sconfortanti e deprimenti (la nostalgia di un passato più spensierato, la mancanza perenne di un posto da poter chiamare casa, il sentirsi sempre soli e non amati, …) e sentimenti più distruttivi, dotati di una potenza esplosiva e violenta che annienta, spaventa—e ripulisce.


Anguilla è un orfano, un “bastardo”: figlio di genitori ignoti, viene dato in custodia dall’ospedale di Alessandria alla famiglia di Padrino e di Virgilia che lo prendono come manodopera e per godere delle cinque lire mensili che l’ospedale dà loro per il mantenimento.

Anguilla — il cui nome di battesimo non viene rivelato, e che viene chiamato soltanto con il soprannome datogli da Virgilia— cresce tra le colline delle Langhe, lavora come garzone presso poderi e fattorie, parte soldato e poi parte per l’America. Fa fortuna, e finita la guerra, liberata l’Italia, decide di tornare al paese dov’è cresciuto.

La sua storia comincia proprio così: Anguilla, ormai adulto e benestante, torna ai luoghi in cui è stato bambino e ragazzo, e incontrando il vecchio amico Nuto, rivedendo le vecchie colline, i vecchi posti, le vigne, i poderi, si lascia andare ai ricordi e li vomita, così, quasi alla rinfusa e senza un vero e proprio ordine, sulle pagine. Racconta allora di quando lavorava alla fattoria della Mora, e poi passa a parlare delle feste di paese, di Nuto, di Silvia e Santina, di Genova dov’è stato soldato, dell’America e di quella ragazza che ha conosciuto lì, e di quell’altra con cui era fidanzato una volta.

Ad accompagnarlo in questo viaggio errante per le campagne canavesi c’è Nuto, quasi una guida dantesca che per Anguilla è sempre stato “quello più grande”, l’amico che conosce tutto e che ha sempre pronta la risposta giusta, il consiglio giusto, l’osservazione saggia e adulta: anche ora che sono entrambi adulti Nuto è quello al quale il protagonista si rivolge, questa volta per chiedergli di condurlo, spiegargli questi posti e questa gente che ormai non riconosce più.

Cosa credi? La luna c’è per tutti, così le piogge, così le malattie. Hanno un bel vivere in un buco o in un palazzo, il sangue è rosso dappertutto.

Con un lessico colloquiale e pulito, che usa un registro “popolare” ricco di espressioni che fanno parte dell’italiano regionale piemontese senza però scadere in un linguaggio basso e dialettale, Pavese esprime il sofferto e annoso tema del ritorno alle radici.

Anguilla, che non ha mai avuto un’identità certa, che è “nato dal nulla”, non si sente a casa in nessun posto, ed infatti viaggia in continuazione: a Genova prima, poi in giro per l’America, e infine di nuovo a casa, ma nemmeno qui si ferma, ma anzi continua a spostarsi, seguendo ora i ricordi ora la “guida” di Nuto, tra il passato e il presente cercando qualcosa, qualche scusa che lo tenga ancorato almeno qui.

Il suo viaggio nell’infanzia non è un ricordare i bei momenti, i giochi e la spensieratezza di un’età più felice: il paese e le colline che lo hanno cresciuto sono ricordate con affetto, ma senza l’amore, il senso d’appartenenza, la gioia che di solito riserviamo ai posti che chiamiamo casa. La stessa infanzia viene ricordata certo con nostalgia, ma soprattutto come un passato triste, ferino, complicato che si fa più drammatico e truculento via via che lo ripercorre con l’amico Nuto.

Questa narrazione disordinata, oscillante, segue in realtà un suo filo di coerenza: è, fin dall’inizio, un costante contrapporre due poli — passato e presente, mutamento e durata, affetto e distacco. Lo stesso titolo rimanda a questo concetto: i falò che da un lato rendono i terreni fertili e pieni di vita, dall’altro sono simbolo di morte e violenza, che non solo uccidono diversi personaggi nel romanzo ma li distruggono, li cancellano, li rendono cenere; la luna, notoriamente simbolo di fertilità, è anche la raffigurazione del costante alternarsi. La luna è emblema della ciclicità, di ciò che cambia ma solo temporaneamente, solo per tornare prima o poi uguale a una volta, immutato: Anguilla difatti torna dopo molti anni al suo paese e pur vedendo tutto mutato — le persone cresciute, morte, cambiate— trova anche molte cose uguali a come le aveva lasciate, fisse nel passato.


Il mio primo incontro con Pavese aspettava da anni fermo in libreria, e io sempre a ritardare, a dire “prima o poi” senza crederci troppo, temendo una lettura pesante, un linguaggio arcaico e lontano. Finalmente mi sono decisa, e ho trovato una storia raccontata con una lingua vicina e moderna, lieve e diretta. Di certo non è una lettura allegra e scanzonata, ma nemmeno di un dolore così intenso da lasciarti devastato: La Luna e i Falò è malinconia pura, angoscioso perché non ci parla di sofferenze estreme e che sentiamo lontani (la guerra, la povertà, la fame…), ma del più umano, del più comune dei problemi: sentirsi bene, sentirsi amati, sentirsi a casa.

“A quei tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com’era adesso …”

Edizione di riferimento: Einaudi (collana Super ET), 2009.

sabrina

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