recensioni

Foglie morte, Gabriel Garcia Marquez

Il primo romanzo di Gabriel Garcia Marquez è un breve accenno, malinconico e nebbioso, a quella che sarà la storia di Macondo, narrata nel romanzo per cui è conosciuto al grande pubblico (Cent’anni di Solitudine) — ma è anche un grido politico, un ringhio di rabbia di un’America Latina continuamente sfruttata dagli occidentali e dalle loro imprese multinazionali, che dopo aver preso tutto il prendibile da una terra non loro, conquistata a suon di promesse o minacce, la lasciavano poi al suo destino, impoverita e stanca e, coperti d’oro da capo a piedi, non lasciavano di tutto quel guadagno alcun compenso agli Stati sulle cui spalle, per anni, avevano vissuto.


Foglie morte si apre con la vista macabra e angosciante di una camera ardente: è del vecchio medico del villaggio, morto suicida della notte. Al funerale del defunto, che in vita era profondamente, visceralmente odiato dall’intero villaggio, sono presenti soltanto tre persone: un ex colonnello dell’esercito liberale, sua figlia Isabel e il bambino di lei, che ha nove anni.

Durante la veglia funebre, la donna, il nonno e il bambino, mentre aspettano che arrivi il sindaco del villaggio a dare il permesso alla celebrazione del funerale, si lasciano andare ai ricordi relativi al dottore, e gettando tutti e tre un occhio a quell’uomo ambiguo, pittoresco, vagamente ripugnante ed alla sua vita, ci lasciano seguire di volta in volta tre piani narrativi diversi, tre diversi punti di vista generazionali su un uomo che conobbero in età diverse.

“Si sente il ronzio del sole per le strade, ma nient’altro.
L’aria è stagnante, concreta; si ha l’impressione che si potrebbe
torcerla come una lamina d’acciaio.”

Isabel e il colonnello ci dànno le loro due versioni del dottore dal momento in cui comparve nella loro vita e, con la lettera di raccomandazione del colonnello Aureliano Buendìa (sì, quel colonnello Buendìa), si piazzò stabilmente nella loro casa: Isabel ci parla di un dottore che non esercitò praticamente mai la professione medica e che anzi più volte si rifiutò di prestare aiuto a malati, sofferenti e moribondi, che si stabilì senza diritto e con ben poca riconoscenza in casa altrui, che mangiava erba come un ruminante e che gettò discredito sull’intera famiglia. Un uomo, quindi, che pur fregiandosi di un alto e rispettabile titolo, era in verità profondamente superbo, egoista, quasi disumano e quasi sicuramente anche pazzo.

Il colonnello, dal canto suo, non fa che completare il puzzle che gli occhi infantili e ingenui della piccola Isabel, bambina ai tempi, avevano lasciato incompleto: ne viene fuori un ritratto sempre ambiguo, sempre controverso, ma che oltre ai lati mostruosi e ributtanti fa luce anche ai lati positivi del dottore. Un uomo, stavolta, scontroso e dai modi barbari ma eroico, nobile, e dopotutto, unico tra tutti gli uomini e le donne del villaggio a non peccare di ipocrisia, l’unico che la compagnia bananiera, con le sue promesse di ricchezza e modernità, non era riuscita a corrompere.

sapevate che Netflix ha acquistato i diritti per produrre una serie tratta da Cent’anni di solitudine? Poi vabbè, è arrivato il covid…

In questo romanzo, ben più politico di Cent’anni di solitudine, Marquez ci riporta nostalgicamente nell’onirica Macondo, mostrandocela dal momento del suo massimo splendore economico e culturale fino al suo triste e ineluttabile decadimento: l’arrivo della compagnia bananiera (i coloni) a Macondo rende la piccola cittadina ricca e prospera, ma anche corrotta e marcia, e benché tutto il villaggio si dica diffidente verso i coloni tutti loro in realtà si servono della fortuna e delle ricchezze portate dalla compagnia.

Quando la compagnia bananiera, tratto tutto il possibile dalla terra feconda di Macondo, si ritira e abbandona il campo, lascia della fertile città nient’altro che la hojarasca (“il frascame”), che sarebbe quel mulinello di foglie morte misto a polvere e ciarpame smossa dal vento — solo rifiuti umani, insomma avanzi di galera, e sporcizia, portandosi via ogni ricchezza. (Fun fact: la compagnia bananiera di cui si parla in Foglie morte e in Cent’anni di solitudine è la United Fruit Company, oggi conosciuta con in nome di Chiquita Brands International ).

Foglie morte si è rivelato, per me, una piacevolissima lettura, anche se non all’altezza dei successivi scritti: oltre ad essere un mesto ma gradevolissimo ritorno a Macondo (per chi abbia già letto Cent’anni di solitudine, s’intende), è comunque un romanzo fortemente politico, in cui le bizzarrie e il realismo magico danno un tono di ulteriore inquietudine, un senso di straniamento spiacevolmente diretto; leggere Foglie Morte è stato un po’ come sentire un vecchio nonno raccontare, accanto al fuoco, la storia della guerra, o della povertà patita in gioventù: vi è la stessa delicatezza, lo stesso interesse, la stella curiosa attenzione da parte dell’ascoltatore/lettore, lo stesso stile diretto e semplice, delicato e malinconico.

D’improvviso, come se un turbine avesse piantato le radici nel centro del villaggio, arrivò la compagnia bananiera incalzata dalle foglie morte. Era un frascame ravvolto, riottoso, formato dalle mondezze umane e materiali degli altri villaggi; stoppie di una guerra civile che sembrava sempre più remota e irreale. Il frascame era implacabile. Tutto contaminava col suo ravvolto odore accalcato, odore di secrezione a fior di pelle e di recondita morte.

Incipit

Edizione di riferimento: Oscar Mondadori. Pagine 176. Tradotto da Angelo Morino.

sabrina

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