Emily Dickinson: leggerezza e profondità (e l’eterna condanna del diverso)

Emily Dickinson quand’ero adolescente era il concentrato di tutto ciò che più odiavo leggere: la poesia, perché non la capivo; l’irragionevole gioia di vivere, quel suo amore per la natura, per la spiritualità, per il mondo, che mi faceva venir voglia di urlare EMILY COS’É TUTTA QUESTA FELICITÀ IMMOTIVATA; e la scrittura femminile, che odiavo a prescindere non so nemmeno io perché onestamente.

Adesso l’ho rincontrata dopo tanto tempo, ed è stato come incrociare di nuovo per strada unə vecchiə, odiosə ex-compagnə di scuola e accorgerti che, dopotutto, il problema era soltanto che tu quella persona non l’avevi mai capita bene. Quindi, con molte meno riserve della scorsa volta, io ed Emily ci abbiamo riprovato, e stavolta è andata meglio: la poesia non la capisco ancora, chiaramente, ma non la odio più; l’immotivata gioia di vivere gliela invidio non sapete quanto; e sulla scrittura femminile io, femmina femminista che scrive, (peraltro decisamente peggio di Dickinson) non penso di essere nella posizione di esprimermi negativamente più di tanto.

Già dalle premesse dunque il vento si prospettava favorevole.

Ciò che temevo venne,
ma meno spaventoso,
perché il lungo timore
l’aveva quasi abbellito.

Ci si abitua all’angoscia,
alla disperazione.
Peggio saper che viene
che saperla presente.

Chi indossa la sua pena
il mattino che è nuova
soffre più che a portarla
un’intera esistenza.

I,XCVIII [1277]

Siccome oggi non mi sento in formissima ho deciso che non sarò polemica ed eviterò, dunque, di star qui a blaterare su quanti poeti, scrittori, uomini di scienza o di lettere condussero un’esistenza ritirata e votata alla zitellaggine senza che per questo fossero loro affibbiati i brutti titoli che invece sono stati usati per Emily Dickinson: anche perché ormai tanto lo sappiamo che le sue poesie rivelano un mondo interiore decisamente in contrasto col tedio insostenibile che ci appare essere stata la sua vita. La verità è che il mondo non sopporta chi fa della vita quel che vuole, chi rifiuta di adattarsi alla visione che il mondo ha di loro, odiamo chi è diverso, chi non è come noi e ancora di più odiamo chi non vuole esserlo, chi non indivia il nostro essere “normali”:e Dickinson incarna uno dei “diversi” più odiosi – la donna mai sposata, senza figli, che non ha il buon gusto né di volerla, una vita così, né di compensare, almeno, la maternità mancata rendendosi diversamente utile: con un lavoro di cura, socialmente impegnato, votandosi all’altro e annullandosi in qualsiasi altro modo, che sia per un famigliare malato, un nipote con genitori sempre occupati o un orfanotrofio poco importa. Emily era una donna con ben poche mire ad essere la donna “normale” che il mondo ci obbliga ad essere e a voler essere, così il mondo s’è vendicato chiamandola zitella, chiamandola asociale, affibbiandole malattie mentali varie e senza fonti, accusandola di scrivere poesie per sopperire ad una vita triste e vuota. Si è vendicato spostando il focus dalla sua poesia (il suo lavoro) alla sua vita: il trucco più vecchio e il più attuale, sminuire le donne dimenticandone il lavoro, ignorandone la professionalità per sottolinearne, invece, la vita privata. Come raramente si fa per i colleghi.

La sua è una poesia d’una potenza incredibile, tanto forte ed evocativa che bastano pochi versi per smuoverti qualcosa dentro, per “accenderti la testa”, come direbbe Lila. Prima d’innamorarmi dei suoi versi, però, del valore di forma, della musicalità della sua poesia, mi sono innamorata di quel vento di fermezza e di imperturbabile autodeterminazione che fuoriesce dalle sue poesie: più che il grigiore d’un’esistenza monotona e solitaria, chiusa, per la paura di vivere, tra quattro mura, ci troviamo davanti un prisma iridescente di emozioni positive e negative comunissime, che non soltanto testimoniano la falsità dello stereotipo sulla poeta, ma testimoniano anche che non esiste un modo soltanto di vivere la vita, che vivere lontano dai riflettori, vivere a modo proprio e non come vuole il mondo è comunque vivere.

Dickinson racconta una gioia di vivere estrema e sincera, una capacità di provare piacere, appagamento, un’ amore autentico e universale -sia romantico che spirituale, per la natura, per il mondo intero- ma anche di dolore, di angoscia per lo scorrere del tempo, di paura della morte.

Il suo sorriso pareva un sorriso
come gli altri: scavava le fossette
e tuttavia faceva male, come
se un uccello si alzasse per cantare
poi ricordasse d’essere ferito
e si aggrappasse al ramo
convulsamente, e la musica infranta
come tante perline rotolasse nel fango.

[514]

Dalle sue poesie esce con potenza un sentire comune a tutti, vengono fuori emozioni non rare nell’essere umano ma raccontate con uno sguardo tanto vispo e brillante da gettarvi sopra un’altra luce, da suscitare riflessioni originali, spesso illuminanti sul nostro sentirci contenti, infelici, impauriti, coraggiosi, indegni, o meritevoli d’ogni bene.

Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E, se siamo fedeli al nostro compito,
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura d’esser dei re.

I,XCVII [1176]

Voi avete mai letto qualcosa di Emily Dickinson? Se sì, vi è piaciuta? Se no, vi incuriosisce?

Io vi ringrazio d’avermi letto anche stavolta e vi saluto alla prossima 🤍

sabrina

8 pensieri riguardo “Emily Dickinson: leggerezza e profondità (e l’eterna condanna del diverso)

  1. Il tuo bel post mi fa quasi venire voglia di riprovarci, di ricontrare Emily Dickinson, ma, pur percependo e riconoscendo la bellezza dei suoi versi, la sento lontanissima da me. Come dire, capisco benissimo perché fa parte dei grandi della letteratura, ma non riesco ad amarla davvero.

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  2. Ho un paio di raccolte di questa grande poetessa, ma devo confessare che l’ho letta poco e male. Però qualche mese fa ho avuto occasione di leggere La stanza di Emily, di Benedetta Centovalli, e in qualche modo mi sono avvicinata a lei. Provo delle difficoltà a leggere poeti non italiani, perché la poesia è prima di tutto suono, voce, e temo che anche la migliore delle traduzioni possa tradire l’originale.

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    1. Non conosco La stanza di Emily, mi incuriosisce molto! La questione della lingua è verissima, io ero partita con una raccolta con testo a fronte ma in originale mi è così ostica che, con poche eccezioni, ho finito per leggerla in italiano e basta. Non è la stessa cosa, ma è un inizio!

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  3. Ho un rapporto conflittuale con la poesia anche io. Mi piace se qualcuno me la spiega, ma non la scelgo volontariamente per passare i pomeriggi. Anche perché non puoi fare indigestione di 100 poesie in una volta, dimentichi tutto e non capisci niente.
    Però è bello leggere di re-incontri che hanno esito positivo. E boh, la gioia di vivere di Emily potrebbe essere proprio ciò di cui abbiamo più bisogno!

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