recensioni

Piccole Donne, di Louisa May Alcott

Allora, io lo so che sono pesante. Nel senso: in giro vedo tutte recensioni supercarine di questo romanzo, tutte che dicono “è una coccola”, “è piacevolissimo, scorrevole e molto dolce”, “leggero e rilassante”, mentre a me rodeva il fegato per tutto il tempo e rilassante è proprio l’ultima parola che userei guarda. Lo so, ma se stavolta scrivo una roba pesantisima su un semplicissimo libro per bambini la colpa non è mia e per due ragioni: uno, io ve l’ho detto su instagram che lo leggevo solo perché da piccola non c’avevo capito un’h e volevo vedere se a 25 anni il mio cervello era maturato un pochino, nessun secondo fine. Due, ho scoperto solo successivamente che c’è un dibattito acceso tutt’oggi sul suo essere o meno un testo femminista: quindi vedi non sono io la killjoy della situazione, io mi limito a cavalcare i trend.

Premetto che la mia recensione ìriguarda Piccole Donne di Louisa May Alcott intenso come romanzo comprendente anche la seconda parte “Piccole Donne Crescono”. Il cui titolo originale per inciso è Good Wives: con un titolo del genere venitemi ancora a dire che sono io il problema.


«Gli uomini devono lavorare e le donne si sposano per denaro. È un mondo orribilmente ingiusto.»

Il libro ci racconta la storia della famiglia March, composta dal padre partito in guerra, la madre e le quattro sorelle Meg, Jo, Beth ed Amy: le nostre quattro protagoniste dovranno affrontare momenti difficili, tra ristrettezze economiche e i classici problemi di adattamento all’età adulta — dubbi amorosi, fidanzamenti, incertezze sul futuro, difficoltà a trovare la propria strada o a perseguirla.

Piccole Donne fu commissionato ad Alcott dall’editore, che voleva un libro che permettesse alla casa editrice di arrivare anche ad un pubblico femminile molto giovane; Alcott era riluttante, dubitava del suo successo ed anche dopo che le vendite andarono alle stelle a lei non piacque mai. Continuò a detestarlo, e arrivò a definirlo una “schifezza moralista per ragazzine”: in tantx lettorx hanno dato al romanzo la stessa chiave di lettura, vedendolo come una storia di evidente stampo maschilista e non poco paternalismo. Tra questi, la scrivente sottoscritta: io l’ho letto “a freddo”, senza sapere niente dei retroscena, della storia editoriale né del pensiero dell’autrice, e non ho potuto fare a meno di venirne spiacevolmente colpita.

Il messaggio di fondo è chiaro: è una paternale di dimensioni cosmiche su quanto le ragazze debbano “stare al proprio posto” e possibilmente mettere in cima alla piramide delle proprie priorità il sacrificio di sé a beneficio degli altri. La storia non è altro che un viaggio di crescita, un viaggio di maturazione cristiana verso l’ottenimento delle virtù femminili, possibile soltanto mutilando le parti “maschili” di sé: ambizione, desiderio di indipendenza economica, emozioni ingombranti e poco eleganti come la rabbia e il disappunto, l’amore per le cose superficiali a discapito dei propri doveri tipo cucinare la cena al marito. Il tutto esclusivamente facendo ricorso alla ben nota panacea per ogni male di noi donne: non il sesso perché è pur sempre il 19esimo secolo ma ✨ il sorriso ✨

«Yours, Mother? Why, you are never angry!» and for the moment Jo forgot remorse in surprise. «I’ve been trying to cure it for forty years, and have only succeeded in controlling it. I am angry nearly every day of my life, Jo, but I have learned not to show it, and I still hope to learn not to feel it, though it may take me another forty years to do so.»

C’è però un’altra chiave di lettura, che il magico mondo di internet mi ha fatto scoprire: c’è chi scorge nell’abile penna di Louisa May Alcott chiari messaggi di ribellione e scontento verso la società classista e patriarcale, pur abilmente nascosti sotto zuccherose coltri di commissionato perbenismo. Diversi elementi fanno pensare che Alcott, costretta a scrivere un libro che non rientrava nelle sue corde né nel suo modo di concepire il mondo, abbia tentato di introdurre una sottile vena polemica, visibile giusto a chi vuole vederla. Un esempio, il titolo: Piccole Donne.

Le protagoniste sono bambine, ergo ‘donne piccole’ d’età; ma sono anche delle donne immature, spaventate dal mondo, piccole rispetto ad esso e che maturano nel corso del libro diventando “grandi donne”, coraggiose e sicure. Ma anche: “piccole” è un diminutivo. Tutte e quattro le sorelle March hanno aspirazioni, sogni e una forte personalità che le porta ad aspirare a un posto che esula, per motivi diversi per ognuna, da quello che la società ha già deciso per loro. Sono tutt’e quattro troppo grandi per questo mondo che vuole farle entrare per forza nei suoi ruoli di genere ristretti e predefiniti, e sebbene loro lottino perché non accada, alla fine vengono rimpicciolite e incasellate nella banale, unica via del letto coniugale e della femminilità stereotipica. Il loro spazio si riduce alla dipendenza dall’uomo, esempio eclatante quello di Jo che [SPOILIER] porge l’ombrello al professore che le ha chiesto la mano dopo averne accettato la proposta di matrimonio: l’ombrello sotto il quale se ne vanno insieme rappresenta la protezione dell’uomo alla donna, la sicurezza e la stabilità che soltanto con un uomo vicino una donna può avere, che Jo da sola non avrebbe potuto realisticamente avere. [FINE SPOILIER]

Le ragazze sono così strane che non si sa mai cosa vogliano dire. Dicono di no quando vogliono dire sì, e fanno uscire di senno un uomo solo per il gusto di farlo.

(se non le stai a sentire no che non le capisci, ndr)

Entrambi sono punti di vista validi, per quel che ne sappiamo, sul romanzo, e nessuno è più o meno certo e vero dell’altro: il mio parere è che una lettura femminista la si può dare in ogni caso, perché in ognuno dei due casi è lampante e chiara la triste condizione femminile dell’epoca, e come sia oggi cambiato ben poco. Alcott scrive un libro che rispecchia una società classista e capitalista, incentrata sulla produttività e sul lavoro, sul valore personale legato all’appartenenza a questo o a quel gruppo sociale, e con o senza intenti di denuncia rende ben chiare le scarse opportunità che avevano le donne di essere anche soltanto mediamente benestanti senza ‘l’ombrello’ della protezione maschile.

Detto questo, i parallelismi sulle sorelle March che non trovano lavoro e vengono pagate una merda all’ora con la disoccupazione femminile/gender pay gap lo faremo un’altra volta perché adesso anche basta, e l’analisi sul concetto di classe e di giustizia sociale pure la rimandiamo perché poi è troppa carne al fuoco e in ogni caso non so capace quindi vi lascio link di approfondimento se vi interessa.

Grazie per avermi letto, alla prossima e girls ricordatevi di sorridere

link:

work and social class theme in Little Women

Is Little Women a Feminist Work by Sapphic Underground

Little Women by Louisa May Alcott | In-Depth Summary & Analysis

sabrina

5 pensieri riguardo “Piccole Donne, di Louisa May Alcott

  1. Prima di tutto, ottimo post: il perfetto mix tra humour e approfondimento culturale! Detto questo, dopo aver letto “Dietro la maschera”, mi sono convinta che Alcott fosse decisamente un tipino tosto e sovversivo ;).
    Ah, “Piccole donne” l’ho letto da piccola (scusa il gioco di parole), ma sono arrivata a circa 3/4 del libro e poi mi sono fermata perché no, non era proprio un romanzo adatto a me. Non credo che lo rileggerò mai, ma mi piace leggere le opinioni di altrə blogger in proposito.

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    1. Innanzitutto grazie!
      Sono contenta, allora, che sia più probabile la seconda chiave di lettura, rende il libro molto più nelle mie corde eheh. Louisa rebel mi piace 🤘🏻🧷
      però ti capisco, ho faticato anche io a finirlo, banalmente anche per la trama lenta e un po’ vuota…

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  2. A me Piccole donne è sempre piaciuto un sacco; quando ero piccola anch’io, non mi ponevo certo il problema se fosse maschilista o meno; oggi sono più propensa a vederlo come una fotografia disincantata di un mondo che funzionava in un certo modo, come in parte funziona ancora oggi, anche se da allora qualche progresso è stato fatto. E credo di poter dire che la Alcott non fosse una conformista o un’antifemminista. In ogni caso va considerato che è stato scritto alla fine degli anni Sessanta… dell’Ottocento! Non possiamo certo aspettarci una mentalità da 21° secolo, anzi, sarebbe anacronistico se Jo si desse al libero amore, Meg fosse una ragazza madre e Amy una volontaria di Emergency (sorvolo sulla povera Beth dal destino infausto). Il mondo era quello, e anzi, è bene che autrici e autori ce l’abbiano raccontato com’era.

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  3. Ho letto sia “Piccole Donne” che “Piccole Donne Crescono” ma sono passati davvero troppo anni perché possa averne un’opinione sensata adesso (mi ricordo solo dei fatti random che nemmeno so a quale dei due romanzi appartengono). Però mi ricordo benissimo di come mi identificassi in Jo e la terribile delusione di quando è si è sposata.

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