recensioni

SHOUT di Laurie Halse Anderson

TW: stupro, molestie, violenza di genere, contenuti espliciti

La recensione di oggi è stata difficile da scrivere, da pensare, da decidere se pubblicare o no. Tutto molto complesso, principalmente perché il libro in questione parla di violenza sessuale, consenso e censura, cose importanti che uno: non so minimamente come trattare bene e due: ho paura di uscir fuori traccia e ficcarci dentro più cose personali del necessario (mi perdonerete, dunque, se vi sembrerà un post trattenuto e sottotono: ho cercato una via di mezzo tra il non pubblicarlo affatto e lo scrivere un trattato di centosessantasei pagine su tutti i maschi che hanno sessualizzato, anche vagamente, anche solo per mia percezione paranoica, il mio corpo dal 2008 ad oggi).

Siccome però sta iniziando a mettere le ragnatele nelle mie bozze mi sembrava giunta l’ora di rendere fruttifere le ore spese a scriverlo, e farvelo leggere. Anche perché io SHOUT l’ho trovata una lettura molto utile, e credo possa esserlo per chiunque, indipendentemente da cosa si è subito, con che gravità e da cosa è più o meno probabile che ti succeda in base a quanto la ruota della fortuna ha girato dalla tua parte nell’assegnarti un genere di nascita.


Feel the contractions
of another truth ready
to be born: shame
turned
inside out
is rage.

“shame turned inside out”

SHOUT di Laurie Halse Anderson è una raccolta di poesie, che come tutte le cose che voglio leggere io non è mai uscito in Italia. É reperibile in inglese in giro, anche in digitale. Come vi ho anticipato, l’argomento è la violenza sessuale, in particolare quella di genere: è diviso in tre parti, la prima ha il valore di un memoir nel quale l’autrice si sofferma sui dettagli personali della propria infanzia, adolescenza e vita adulta che l’hanno segnata in positivo o in negativo, mentre dalla seconda sezione le poesie diventano più generiche e meno personali. Assumono un doppio valore di specchio e protesta, di voce in cui riconoscersi e grido, ferino e potente, di ribellione: i suoi versi raccontano esperienze e vissuti personali non soltanto dell’autrice stessa e ci parlano con un tono di voce personale, intimo, crudo ed esplicito, che fa male e cura insieme.

[…]
Pain won’t be contained
by bars or marks
your scars deserve attention, too.

“Blowing up”

Ora, non mi soffermerò sullo stile e sulla bellezza formale dei componimenti: lo stile è efficace e diretto ma molto lineare e comune, decisamente né aulico né solenne. Non abbonda di figure retoriche o immagini poetiche raffinate e studiate, ma si propone di arrivare a chi legge nel modo più colloquiale e autentico possibile, seguendo in modo nemmeno troppo velato il trend dell’ “instapoetry” (le poesia da Instagram sul genere Rupi Kaur o Atticus per capirci). Il punto, comunque, non è questo: non consiglio, ovviamente, SHOUT per il valore di forma delle poesie.

Lo consiglio per la voce di Laurie Halse Anderson, a volte morbida e accogliente, altre tragica e rabbiosa, furiosa d’un’ira travolgente e contagiosa, che ci trasporta direttamente non nel dolore della violenza appena subita ma in tutto quello che viene dopo: il senso di colpa, la rabbia, la vergogna, i ripensamenti, le giustificazioni al violentatore/molestatore e mai alla propria (mancata, “equivocabile”, ambigua, “provocante”, colpevole) reazione, il non riuscire a parlarne e il venire sminuitз, colpevolizzatз, silenziatз se e quando si riesce a trovare la propria voce.

Con SHOUT l’autrice non soltanto la trova, la propria voce, ma la urla, la grida come un’orgogliosa presa di posizione che si riaggancia al #metoo ma va anche oltre: non chiede, non incita soltanto a denunciare, a parlare, ad urlare più forte di chi vuole zittire la nostra verità ma anche, soprattutto, con le sue poesie offre sorellanza: non sei tu che esageri (“your scars deserve attention, too”), non te la sei cercata, non hai sbagliato tu ad aver reagito come hai (o non hai) reagito, nè a sentirti come ti senti o a stare male per qualcosa che stando all’intoccabile autorità di Beppe Grillo o di qualche altro tizio su Facebook non è violenza e “non è nemmeno molestia, è un complimento”.

Non è una lettura facilissima a livello emotivo (e alcune delle poesie autobiografiche sono un po’ una noia), però per survivor e vittime di molestie/creeps vari è catartica, terapeutica, oltre che profondamente vantaggiosa anche per tutti gli altri.

This is not
a resting-bitch-face
this is
a touch-me-and-die face

“Face my truth”

sabrina

Un pensiero riguardo “SHOUT di Laurie Halse Anderson

  1. Bel post, utile e interessante. Anche nel caso di Rupi Kaur – se non non ricordo male, avevo letto qualcosa di lei nei mesi scorsi – non è tanto, infatti, per il valore formale dei versi (che sono semplicissimi e immediati) ma per il grido di dolore (e in qualche modo di protesta) che essi contengono… C’è ancora tanto cammino da fare contro la violenza sulle donne.

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