recensioni

Immacolata Intercessione, di Carlo Kik Ditto

Eccoci di nuovo all’ennesima uscita della casa editrice Il ramo e la foglia, che se ne esce con un romanzo che parte, per me, con le migliori premesse: i miei personaggi del cuore, da sempre, sono quelli eccentrici e politicamente scorretti, quelli che nascono e vivono fino alla fine con uno stigma tanto ingiusto quanto stupido appiccicato addosso, quelli mal visti e mal giudicati, mal compresi, quelli incazzati e molto punk, eccentrici e ribelli, che siano criminali come i “tossici” di Welsh oppure soltanto vittime di qualche vecchio pregiudizio duro a morire come quelli di Immacolata Intercessione di Carlo Kik Ditto.

Prima di procedere con la recensione si avvisa la gentile clientela che è possibile incappare in linguaggio particolarmente esplicito nelle citazioni (solo nelle citazioni). Fine della comunicazione.


Siamo nella Chicago di fine anni ’80 e i nostri protagonisti sono Unicorn, pornoattore fortemente credente, e Shebop, donna transessuale che lavora di giorno come parrucchiera e di notte come drag-queen. Unicorn e Shebop, coinquilini ma più di tutto legati una relazione di profondissimo ma platonico amore, vivono la loro vita edonistica e il loro lavoro decisamente fuori dal comune tra divertimenti e trasgressioni che se per molti sono mal visti e mal giudicati, per i due sono un lavoro come tanti altri, e di più: una vera e propria forma d’arte, espressione della propria individuale creatività.

All’incontro di Unicorn e Shebop con una giovane donna, nuova cliente del negozio di parrucchiera di Shebop, succederà una serie di fatti inaspettati, inspiegabili (se non con un briciolo di fede in Dio e, nello specifico, nei miracoli), che daranno un deciso twist alla storia e alla vita dei nostri protagonisti.

«Non mi drogo, non fumo, non bevo, non sono stato picchiato da bambino, non sono stato traumatizzato né hanno abusato di me, non bagnavo il letto e non torturavo gli animaletti. Sono una persona buona, altruista e religiosa. La fede in Dio mi aiuta a svolgere il mio lavoro al meglio, a stringere i denti durante le scene anali particolarmente dolorose, a rispettare i miei partner sul set come fratelli. E se lui mi ha creato con un pene enorme, allora questo è il modo giusto per rendergli grazie.»

I’m in love

Siamo tutti d’accordo, penso, nell’ammettere che la narrativa italiana dia troppo poco spazio a protagonisti che non siano bianchi, etero, cis così come poco spazio dà a relazioni non eteronormate: Unicorn e Shebop, i nostri eccentrici protagonisti, offrono invece un’interessante (e necessaria) eccezione alla regola, parlando di sex work, omofobia, transfobia, identità di genere, di diritto alla genitorialità per le famiglie “non tradizionali”. Aspetto questo che ho apprezzato tantissimo, sia per l’universalità dei temi che affronta sia per la scelta di rappresentare realtà cui raramente viene data voce. Come vi accennavo in introduzione (per chi ha avuto il coraggio di leggerla), Unicorn e Shebop sono decisamente il mio tipo: trasgressivi, emarginati, mal visti, vittime di un bigottismo che se oggi è ancora vivo e vegeto figuriamoci negli anni Ottanta quanto doveva essere emozionante non essere maschibiancoeterocis, ma comunque umoristici, tragicomici, politicamente scorretti e irriverenti. Questo ha aiutato non poco a rendere la lettura un’esperienza piacevole.

C’è tuttavia un grande ma: ammetto, infatti, che alcuni aspetti del romanzo non mi hanno convinta del tutto. Ho trovato la linea narrativa caotica e frammentata: alcuni ostacoli sul cammino dei personaggi vengono introdotti, risolti in poche pagine e lasciati inspiegati, senza conseguenze e senza che si capisca bene il perché siano stati inseriti (esempio: SPOILER Unicorn e la storia dell’aids, oppure la cliente di Shebop che ok ha senso e le conseguenze di ciò che fa sono chiare ma non sono chiari i perché, i percome e i chi diamine ella sia FINE SPOILER), altri, come la storyline principale, procedono troppo frettolosamente: l’autore cade spesso nell’errore di “spiegare senza mostrare“, ed è questo a rendere la lettura poco scorrevole e poco accattivante. Sia Shebop che Unicorn lamentano l’omofobia e la transfobia della gente, il pensiero discriminante che la società ha verso il loro lavoro, la loro identità e sessualità; Unicorn grida all’ingiustizia perché il mondo non riconosce il sex work come lavoro e Shebop fa lo stesso perché il mondo non riconosce che lei è una donna come chi lo è dalla nascita, ne sminuisce il vissuto e usa il termine drag queen come insulto — eppure, all’infuori delle parole di Unicorn e Shebop stessi, non un episodio di discriminazione, bullismo, omofobia o transfobia viene descritto a far sentire e non “sapere e basta” a chi legge la discriminazione che colpisce Unicorn e Shebop.

Un’ altra cosa che non mi ha convinto è il rapporto di Unicorn con la religione, punto cruciale del libro che però, ci viene presentato soltanto marginalmente in poche, sbrigative battute di Unicorn stesso: non viene approfondito il perché il ragazzo non consideri la pornografia un peccato ma il prostituirsi sì, ad esempio, o quale sia la sua opinione sull’omosessualità e sulla transessualità che la Bibbia considera peccati, non viene dato quasi nessuno spazio al parroco che confessa Unicorn (il quale parroco sembra stranamente poco turbato ed anzi molto tollerante circa il fatto che Unicorn sia un pornoattore gay, come se, cristianamente parlando, non sia poi tutto sto gran peccato fare sesso omosessuale con dieci persone alla volta mentre la gente paga per guardarti). Se la questione della religione e della fede in Dio è stata introdotta con intenzione, con un’idea più profonda del mero espediente narrativo senza il quale la storia non potrebbe semplicemente esistere, allora aveva bisogno di più spazio.

Ho trovato i dialoghi un po’ forzati e poco realistici, al contrario della prosa dell’autore che invece ho trovato davvero molto bella. Scorre con molta fluidità, il linguaggio, colloquiale ma non impersonale e lo stile, svelto e discorsivo, ricorda vagamente quello schietto e crudo di autori come Palahniuk — di cui ha, tra l’altro, anche la ricerca di scene grottesche, comiche, o comunque di una nota ilare e leggera alla storia che non guasta mai.

Nel complesso, Immacolata Intercessione non mi ha convinta al cento per cento e a mio parere ha ancora qualche margine di miglioramento: è tuttavia un buon romanzo, leggero e ironico, che offre punti di vista in genere troppo scarsamente indagati dalla narrativa e perfetto per godersi qualche ora piacevole con una storia fuori dal comune e soprattutto fuori dalle convenzioni sociali stereotipate cui siamo abituati.

Ringrazio di nuovo Il ramo e la foglia per la copia omaggio, l’autore per aver scritto questa storia, e voi miei fedeli lettori per avermi letto anche stavolta. Alla prossima!

sabrina

4 pensieri riguardo “Immacolata Intercessione, di Carlo Kik Ditto

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