recensioni

La Valle della Paura, di Arthur Conan Doyle

Quando ero piccola mia sorella lesse una versione per bambini di Le Memorie di Sherlock Holmes e ci entrò talmente in fissa che volle costringere anche me a leggerlo: io, da brava bimba molto aperta di mente, odiavo i gialli senza mai averne letto nemmeno uno, per cui lo lessi continuando a ripetere a mia sorella che tanto non mi sarebbe piaciuto. Mi piacque parecchio invece, ma ovviamente a mia sorella dissi comunque che era il peggior libro che avessi mai letto, perché chiunque abbia fratelli o sorelle sa che non esiste cosa peggiore che ammettere davanti a loro di aver avuto torto.

Memore di questo antico amore infantile ho deciso, qualche tempo fa, di recuperare l’intera antologia del celebre detective, leggendo romanzi e racconti in ordine cronologico. Sono oramai giunta quasi alla fine del viaggio con La Valle della Paura, ultimo tra i romanzi e terzultimo capitolo della saga. Per quanto mi riguarda, finora uno tra i migliori.


«Posso chiederle quali sono le parole che hanno attirato la sua attenzione?» domandò Holmes.
«”La Valle della paura”», rispose la donna. «È l’espressione che usava quando gli facevo qualche domanda in proposito. “Sono stato nella Valle della paura e non ne sono ancora uscito”.»

La prima parte de La Valle della Paura si svolge in Inghilterra, dove assistiamo alla presentazione e alla risoluzione del caso; la seconda, ambientata in America, racconta l’antefatto dell’azione criminale. Il romanzo si apre a Baker Street, dove un anonimo mittente, un tempo criminale al soldo del professor Moriarty e ora pentito, ha recapitato un messaggio in codice a Sherlock Holmes per avvertirlo di un imminente pericolo che grava su di un uomo, un certo Douglas di Birlstone; dall’ispettore di polizia Holmes apprende che un uomo rispondente alla descrizione è stato assassinato nella notte, nella sua casa a Birlstone: da qui partiranno le indagini di Holmes, con al seguito il fedele Watson e l’ispettore di Scotland Yard per scoprire colpevole, movente e dinamica del delitto.

Per chi conosce anche sommariamente la struttura delle vicende di Sherlock Holmes non sarà una sorpresa apprendere che, come al solito, il celebre detective risolve il caso in due secondi e mezzo per poi passare il resto tempo a fare battute imbecilli e a vantarsi della propria smisurata intelligenza facendosi beffe di Watson, dell’ispettore e di tutti i presenti che, in quanto privi del genio sovrumano di Holmes, non hanno ancora capito un tubo (e ai quali, ovviamente, Holmes non spiega un bel niente giusto per non privarsi del gusto).

Questa prima parte si conclude con la risoluzione del caso: lз colpevole, ormai scopertз, consegna al dottor Watson dei documenti in cui sono riportati gli antefatti. Questi documenti costituiranno la base per la seconda parte del romanzo: in un lungo flashback ambientato in America, luogo d’origine di Douglas, ci addentriamo finalmente nella “valle della paura” per indagare da vicino il burrascoso passato della vittima, i rapporti con lз assalitorз e i moventi del suo assassinio. Il brillante epilogo, che si concluderà con l’ennesimo colpo di scena –che ovviamente non vi svelo– vedrà comparire nientemeno che “il Napoleone del crimine” in persona, il professor Moriarty– il cui legame con il caso di Douglas è ben anticipato già all’inizio del romanzo ma che non per questo si priva di un’entrata in scena sorprendente, degna di uno dei migliori antagonisti mai ideati.

«Ma perché siamo qui? Credo proprio che dovrebbe essere più franco con noi!». Holmes rise. «Watson dice sempre che nella vita mi piace creare drammi» rispose. «Dentro di me c’è il tocco dell’artista che esige sempre una buona messa in scena. Che professione sordida e squallida sarebbe la nostra, se ogni tanto non creassimo uno scenario adatto a glorificare i nostri successi!»

Non so se sia Doyle che riesce a dare il suo meglio nei romanzi piuttosto che nei racconti oppure se sono io che preferisco la struttura del romanzo a quella più spezzettata e singhiozzante dei racconti, fatto sta che, complice la bellissima voce del narratore dell’audiolibro e il fatto che non ho una vita, 5 ore di audiolibro me le sono sparate praticamente tutte di fila. La prima parte è quella che gli e le amanti del genere troveranno senza dubbio più divertente e coinvolgente, una detective story perfetta cui il lettore rimane letteralmente incollato nella speranza di indovinare la soluzione e la cui spiegazione finale lascia ancora una volta ammaliati dalle geniali abilità deduttive di Holmes.

Tuttavia, e non per fare la bastian contraria, è stata la seconda parte del romanzo quella che personalmente ho trovato più interessante: la storia degli anni giovanili Douglas in un’America operaia e infestata dalla malavita è raccontata con lo stile adrenalinico dei romanzi d’avventura e con elementi che lo avvicinano, naturalmente, al thriller poliziesco e al noir. Già nella prima parte del romanzo sappiamo che nell’omicidio è in qualche modo coinvolta una loggia criminale nella quale un uomo rimane invischiato e da cui tenta di liberarsi: addentrarsi nella ragnatela di riti d’iniziazione, costumi e leggi interne alla setta, regolamenti di conti, giochi di potere e paura è un viaggio elettrizzante e divertente, pieno di suspence e di azione, che culmina in un magistrale, inatteso plot twist così ben scritto da lasciare senza fiato.

Ora, dopo aver decantato lodi e onori, c’è da dire che La Valle della Paura non è oggettivamente tra i migliori episodi dell’antologia del detective di Baker Street: si nota una certa “pigrizia” rispetto ai primi romanzi e racconti, la struttura è molto simile a quella del primo romanzo, Uno Studio in Rosso, con pochi elementi di differenza e ad Holmes stesso viene dato in fondo poco spazio rispetto al solito. Si nota abbastanza che questo, come tutti gli ultimi scritti su Sherlock Holmes, sia stato scritto forzatamente, per accontentare l’orda di ammiratori che non davano pace a Doyle e senza la passione dei primi tempi: come ho detto, Holmes non occupa la scena come faceva nelle prime vicende, e sebbene il suo genio rimanga immutato e la sua spiritosaggine pure, sembra che l’autore abbia cercato una sorta di compromesso tra le richieste dei lettori (che volevano Holmes e solo Holmes) e il suo desiderio personale di mostrare il proprio talento anche al di là del personaggio per cui divenne famoso. Tutta la seconda parte, infatti, sembra una storia a sé stante, scritta quasi per far mostra delle proprie abilità narrative o per dar sfogo alla propria creatività svincolandosi dal pesante fardello rappresentato da Sherlock Holmes.

Ha quindi poco senso che sia uno dei miei “Sherlock Holmes” preferiti fin’ora — e infatti di solito è il meno amato tra tutti, ma come dicevano i Green Day I want to be the minority!
Il fatto è che al di là della poca voglia che chiaramente Doyle aveva di scrivere ancora e ancora di Sherlock Holmes non ho trovato molti altri suoi racconti così coinvolgenti e adrenalinici come questo: La Valle della Paura rimane dunque imbattuta, seconda soltanto allo straordinario Il Mastino dei Baskerville e al racconto “L’ultima avventura” (o “Il problema finale”), che pure si conclude con il migliore (e senza dubbio uno dei più “letterali”) cliff hanger della storia.

Voi l’avete letto? Avete letto altri racconti e romanzi con protagonista il celebre detective di Baker Street? Avete mai visto i Green Day dal vivo? Fatemi sapere, se vi va, e nel frattempo grazie d’avermi letto e alla prossima!

sabrina

(Ah, p.s.: lo shwa è per evitare di rivelare dettagli sul/sulla/sui colpevoli dato che gli indiziati sono più d’uno e sia uomini che donne. Non lo uso ovunque nell’intero articolo per conservarlo leggibile anche a chi ha difficoltà visive, uditive o di lettura in generale.)

3 pensieri riguardo “La Valle della Paura, di Arthur Conan Doyle

  1. Qualche anno fa ho letto anch’io l’opera omnia su Sherlock Holmes (incluse opere teatrali e bozze incompiute, per dirti il mio livello di perfezionismo!). Secondo me merita di essere affrontato integralmente, anche se naturalmente ci sono opere migliori e altre più scadenti (ma, direi, nessuna realmente brutta). A me piace anche quando un autore crea una serie usando sia romanzi che racconti, mi piace la varietà! Doyle è stato molto abile a creare un alone di mito attorno al suo personaggio e pure ai comprimari: Moriarty è così famoso che a suo tempo mi stupii di trovarlo in così poche storie, per non parlare di Irene Adler.
    Okay, mi sono dilungato un po’…
    Buon proseguimento con Sherlock!

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    1. Io ricordavo proprio che da bambina mi colpì tantissimo la rivalità tra Holmes e Moriarty, non ti dico che delusione accorgermi che invece compare così poco. Come quasi tutti i personaggi secondari, caratterizzati da Dio ma praticamente assenti, peccato.
      Comunque sono d’accordo, vale assolutamente la pena leggerlo per intero, letti singolarmente perdono tanto. Poi mi stanno tenendo compagnia da diverso tempo, mi dispiacerà arrivare alla fine.

      Piace a 1 persona

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