recensioni

Ammazzati amore mio, di Ariana Harwicz

Ammazzati amore mio è il primo romanzo dell’argentina Ariana Harwicz, ma tutto sembra tranne che un libro d’esordio: la storia di una madre sull’orlo dello squilibrio mentale, ingabbiata in un ruolo che farebbe letteralmente di tutto pur di scrollarsi di dosso ci viene raccontata con una narrazione ben lontana dalla prudenza e dall’oculatezza di chi è alle prime armi, e che è invece azzardata, rischiosa sia nella scelta del soggetto e delle tematiche (importanti, pesanti) sia nello stile serratissimo e costantemente in bilico tra il disturbante e l’ironico, angosciante ma tinto di un non troppo velato black-humor.

Mi sono sdraiata sull’erba tra gli alberi caduti, e il sole che scalda il palmo della mia mano d’un tratto mi è parso un coltello con cui mi sarei potuta dissanguare in un solo agile colpo alla giugulare. Dietro, sullo sfondo di una casa decadente e familiare, sentivo le voci di mio figlio e mio marito.[…] Li spiavo. Com’era possibile che io, una donna debole e malata che sogna di avere un coltello in mano, fossi la madre e la moglie di quei due individui? Che cosa stavo per fare?

La protagonista di Ammazzati amore mio è una donna sposata recentemente diventata madre, che abita con la famiglia tra le campagne francesi. La nostra protagonista e voce narrante vive una profonda sofferenza, un’instabilità mentale evidente a chi le sta attorno ma ugualmente ignorata, contestata, colpevolizzata e mal compresa: l’anonima donna, fiera borghese, orgogliosa della propria elevatezza culturale e del proprio valore intellettuale vorrebbe per sé una vita su misura, una professione che ne valorizzasse le qualità, in linea coi propri studi, e invece— invece si trova a citare Zelda Fitzgerald e leggere Virginia Woolf mentre si sforza di calmare (e di amare) i pianti di un figlio che non ha mai voluto.

La narrazione in prima persona ci trasporta da subito nella mente di una donna che alterna istinti omicidi ad idee fortemente autodistruttive, deliri psicotici a momenti di estrema lucidità: è difficile distinguere, vivendo la realtà dal suo punto di vista, il reale dall’allucinazione, il delirio dall’innocua metafora. Un animale in gabbia, questo sembra: una belva cresciuta in cattività e forzata in un ruolo, quello di docile e amorevole madre, che non sente suo; e mentre sente la voce inequivocabile della Natura chiamarla (il bosco vicino casa, un cervo dagli occhi gialli grandi come fanali, il vento, le bestie al pascolo) e suggerirle di piegare le sbarre, scappare nella foresta e liberarsi finalmente dalle odiose catene, i suoi cari —il marito, la suocera, i vicini, gli amici— la guardano, confusi, pensando “quali catene? quali sbarre? di che costrizione parla?”, e ancora “perché non può essere come tutte le altre madri? perché non possiamo essere una famiglia come tutte le altre? “. Un figlio, dopotutto, è un dono, giuso?

Detesto questo fatto che non sta bene andare in giro a sparare colpi di carabina o a inveire contro un neonato.

Cercare di incasellare questa sofferenza in un’unica diagnosi (depressione post-partum? schizofrenia? disturbo bordeline?) ha poco senso e comunque non è questo il punto: la malattia mentale è soltanto un mezzo, non il fine. Ariana Harwicz non vuole dar voce alla malattia per sensibilizzare contro i disturbi psicologici, ma usarli come un faro per far luce sul reale protagonista del romanzo— il desiderio femminile. La donna di cui seguiamo il corso di pensieri è priva di qualsivoglia istinto materno, si sforza di amare un figlio che vorrebbe far sparire, di nutrirlo e di non ammazzarlo, è infiammata da un’erotismo intenso ma frustrato, più che insaziabile insaziato da un marito “sessualmente egoista” e vittima del pensiero comune che il desiderio sessuale sia un’esclusiva maschile. Insomma, lontanissima da tutto ciò che si pensa sia femminile, la nostra protagonista fa un’immensa fatica a vivere al di fuori del box che chissà chi, chissà dove, chissà quando ha costruito su misura per lei e per tutte quelle come lei.

La protagonista non a caso è lasciata anonima, e questo ci costringe a riferirci a lei tramite le uniche definizioni identitarie che abbiamo di lei: la madre, la moglie, la donna— oppure “la malata di mente”, curiosamente l’unica ‘etichetta’ che sembra non starle stretta.

Ammazzati amore mio ci propone una tematica molto attuale, quella della maternità e dei ruoli di genere, in un modo poco convenzionale: è un romanzo esplicito e violento, in cui la tensione sempre altissima e il ritmo serrato, veloce, vorticoso sbordano quasi nel thriller, e il cui cinico, cupo umorismo unito alla critica sociale ricorda lo stile velenoso e tagliente tipico di Chuck Palahniuk o di Welsh.

Certo, l’argomento è un campo minato, e il rischio che il messaggio sia equivocato come l’ennesima battaglia donne contro uomini è dietro l’angolo, ma l’autrice riesce (soprattutto con il bellissimo, poetico finale) a evitare l’equivoco, a parlare di antisessismo senza sobillare i lettori alla ricerca di un colpevole tra i maschi o tra le femmine o tra chicchessia: alla fine, comunque, importa poco di chi sia la colpa, basta che la si faccia finita.

Sabrina

Scheda libro: Ponte delle Grazie, 2021. Traduzione di Giulia Zavagna. 168 pag.

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