recensioni

Norwegian Wood. Tokyo Blues

Il mio primo impatto con Murakami Haruki è stato disastroso.

Avevo letto stralci di suoi romanzi qua e là per il web, scorto recensioni sempre positive sul suo stile onirico, delicato, meraviglioso, costellate di commenti entusiasti sul suo capolavoro, Norwegian Wood: avevo, soprattutto, letto interessanti brani che paragonavano il suo romanzo più celebre a Il Giovane Holden che tanto mi è caro.

Non è passato molto tempo prima che mi accorgessi che la sinossi sul retro di copertina era stata ingannatrice e fuorviante. Ne è passato ancor meno prima che mi accorgessi che Norwegian Wood di Murakami mi stava facendo innervosire come pochi altri libri siano mai riusciti a fare. Mi ha toccato, evidentemente, corde più personali di quel che immaginavo.


La storia ripercorre i ricordi di Toru Watanabe, che noi incontriamo da adulto mentre, viaggiando a bordo di un aereo fermo ad Amburgo, sente risuonare in radio una vecchia canzone dei Beatles. Le note di Norwegian Wood gli scatenano un lungo e malinconico flashback che ci riporta ai sofferti anni dell’università di Toru— sofferti perché vissuti nel pieno delle proteste sociali e politiche del ’68 e perché minati da una serie di lutti e amicizie e amori difficili, provanti ed emotivamente estenuanti: a partire dal suicidio dell’amico diciassettenne di cui apprendiamo nelle primissime pagine alla nuova amicizia con Nagasawa, un ragazzo istrionico e dalla discutibile morale, fino all’amore che Toru divide tra due ragazze, Naoko e Midori.

Naoko e Midori sono come il giorno e la notte— malinconica, misteriosa, fragile come vetro la prima; vivace, irriverente e trasgressiva l’altra. Entrambe, ognuna a modo suo, irraggiungibili: Toru però non riesce, nonostante questo, ad abbandonare né l’una né l’altra, e prosegue per tutto il libro in questo logorante, trascinante triangolo amoroso.

Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.

(ecco Forrest Gump da chi l’ha presa!)

Lo stile sognante, seppure realistico, di Murakami è piacevole e svelto, avanza rispettosamente in punta di piedi con tutta la delicatezza del mondo. La trama nel suo complesso, al contrario, non è così piacevole, anzi. È praticamente inconsistente, ripetitiva e procede con molta lentezza: d’altronde è chiaro che questo è uno di quei romanzi in cui il punto non è l’intreccio, il focus è tutt’altro, e la monotonia della trama ha uno scopo, aiuta a concentrarsi meno sul corso degli eventi, che l’autore giudica poco importanti in sé, e di più sulle riflessioni che invece vuole favorire.

Ed è qui che vi volevo: perché tolta la trama, non ci resta che concentrarci sul messaggio, che dal canto suo mi è parso debole, troppo autoreferenziale e a tratti (mi dispiace dirlo) un po’ superficiale.

Tanto per cominciare, di storie d’amore intense e profonde non ne ho trovata nemmeno l’ombra. Il protagonista, che nel romanzo viene talmente spesso paragonato a Holden Caulfield da farmi pensare che l’intento fosse quello di scrivere un personaggio che fosse l’emblema di una generazione senza futuro, è in realtà un personaggio piatto, bidimensionale, grigio: sappiamo dei suoi drammi esistenziali, del trauma del lutto, dell’amore per Naoko e Midori per sua stessa ammissione, ma non sentiamo nessuna di queste cose. Toru viene descritto come un giovane travagliato, traumatizzato e pieno di dubbi, che ama e soffre, che si interroga ed è perennemente indeciso, incerto, insicuro: eppure quello che arriva a noi lettori è un ragazzo che si trascina, inerme e svogliato, per le strade di Tokyo con la stessa voglia di vivere che ho io la mattina prima del caffè, mostrando di essere, in verità, indifferente a tutto. A noi lettori non resta che fidarci delle sue parole, fidarci di Toru che si dice profondamente innamorato, dilaniato dall’atroce dubbio senza però essere mai vicini ad empatizzare con lui.

I personaggi femminili li ho trovati fastidiosamente stereotipati: tutte emotivamente fragili, dipendenti, estremamente servili, vittime di una caterva di eventi traumatici al limite del credibile (possibile che capitino tutte a loro?) e tanto, tanto, ma taaanto bisognose di amore, protezione, affetto e attenzioni come fossero bambine. Tutte quante. Non una o due. Tutte. Tutte uguali.

Ma se pensavo che i personaggi femminili non facessero altro, per tutto il libro, che piagnucolare e attaccarsi al primo uomo di passaggio come cuccioli di koala in cerca della mamma (o meglio, del papà) mi sbagliavo: fanno anche sesso e pure parecchio. Forse troppo. Non è, infatti, da sottovalutare l’ammirevole quantità di scene erotiche, curiosamente ricche di particolari non sempre opportuni e anche un filino troppo lunghe e ricorrenti perché al lettore non venga il legittimo dubbio che le cose siano due: o è fan service o è pura e semplice soddisfazione delle fantasie sessuali di Murakami. Voglio dire, passiamoci anche sopra al fatto che vengono introdotte scene spinte totalmente a caso, senza alcun significato per la trama e spesso in contrasto netto con la caratterizzazione data ai personaggi: ma questa scena era necessaria? (il link contiene uno spoiler, se non volete aprirlo vi posso dire che c’è una scena, perfettamente inutile e per giunta abbastanza violenta, che coinvolge una minorenne descritta in modo vergognosamente sessualizzate)

Andando oltre, ho faticato a digerire i passaggi in cui viene descritta la clinica riabilitativa, e ritengo che questa parte sia importante: viene fatta passare per curativa ed addirittura riabilitativa una struttura in cui succede tutto l’opposto di quello che può essere ragionevolmente considerato utile a fini terapeutici— le sedute di psicoterapia individuale avvengono in presenza di altri pazienti, gli ospiti vengono forzati a parlare anche di cose che non vogliono affrontare in presenza dell’intero gruppo utenti e staff perché “qui diamo importanza alla sincerità e solo aprendo il tuo cuore guarirai”, e visto che sono tutti contro le cure canoniche il personale medico in quanto a sanità mentale è, per loro stessa ammissione e come “strategia terapeutica”, perfettamente confondibile con i pazienti.

Questa parte mi ha fatto incazzare più delle altre, probabilmente perché tocca un mio lato sensibile: il fatto è che i pazienti, i servizi di cura e chi lavora nell’ambito della salute mentale vengono già allontanati, temuti e demonizzati abbastanza senza che ci si mettano anche gli scrittori di fiction a far girare l’idea che i medici e i farmaci peggiorino solo le cose, e invece basta “riconnettersi con la natura e con sé stessi” per guarire da depressione, schizofrenia e pensieri suicidi.

Uno dei temi fondamentali e ricorrenti nel libro, a tal proposito, è proprio quello del suicidio. Diversi sono i personaggi che ricorrono al suicidio nel corso del romanzo, e questo sembra quasi un’esagerazione: possibile che quasi tutti quelli che hanno a che fare con protagonista prima o poi si ammazzino? In realtà, in Giappone questo è un tema delicato, i suicidi sono tristemente comuni e ancora più tristemente normalizzati, mal gestiti e mal trattati. Ho apprezzato l’intento e il coraggio di Murakami nel parlarne, tanto più che è un tema che tocca l’autore da vicino. Il fatto è che la mancanza di empatia, il grigiore emotivo che accusavo prima si sente forte anche qui, e tutti i ragazzi giovanissimi che finiscono per impiccarsi o per tagliarsi i polsi non suscitano tristezza, comprensione, rabbia verso un governo che non fa niente a riguardo, vicinanza affettiva a familiari e amici ‘che rimangono’: la lunga lista di suicidi, descritti con un distacco goffo e non voluto diventa involontariamente una caricatura, qualcosa di grottesco che strappa una risata di scherno e che priva la cosa di tutta la forza che invece, nelle intenzioni di Murakami, doveva avere.

“Mi basta guardare una persona per capire la differenza tra le persone che sanno aprire il loro cuore e quelle che non sanno.”

“E se uno lo apre cosa accade?”

“Si guarisce”

(psicologi all’ascolto, potete cestinare la vostra abilitazione professionale. Murakami has the answer.)

Io e Murakami non ci siamo capiti stavolta, può capitare. Farò sicuramente un altro tentativo con l’autore in futuro, quindi se vi va consigliatemi qualcosa di suo che pensate meriti e, sempre se vi va, fatemi sapere la vostra su questo romanzo!

sabrina

Edizione di riferimento: Einaudi, 2013. Trad. Giorgio Amitrano. 379 pag.

16 pensieri riguardo “Norwegian Wood. Tokyo Blues

  1. Ne approfitto volentieri, pur sapendo che de gustibus non disputandum est.
    Il libro citato e recensito venne da me comprato per caso in una libreria che stava chiudendo la sua attività; avevo già sentito nominare Murakami (1Q84, ad es.), ma non mi attraeva granché, ad esser sincero. Norwegian Wood lo lessi tutto d’un fiato (era il 2016, credo) e da allora mi sono buttato nelle opere dello scrittore giapponese: alcune sono gradevoli, altre magari meno, ma lo stile è pressoché quello, come marchio di fabbrica (potrei anche sbagliarmi, chi ne sa più di me mi corregga pure in merito). A farla breve, se non è piaciuto troppo per la tipologia di narrazione, mi permetto di consigliare un altro libro di Murakami – da me NON ancora letto, beninteso, ma in lista per un futuro prestito bibliotecario – ossia: “Underground.” (saggio/racconti sull’attentato alla metropolitana di Tokio del 1995); altrimenti, il ben più leggero – e da me anche regalato – “Kafka sulla spiaggia”.
    Chiedo venia per il commento se troppo prolisso. ^_^
    Saluti.

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    1. La prolissità non è un problema, anzi ti ringrazio!
      Kafka sulla spiaggia l’avevo adocchiato e forse proseguirò proprio con quello, sperando di aver più fortuna. Mi segno anche Underground, non lo conoscevo ma sembra parecchio interessante!
      Saluti a te e buone letture

      Piace a 2 people

      1. Concordo con Aussie Mazz: analisi davvero interessante e coinvolgente la tua!
        Confesso di avere dei problemi con Murakami. Sono rimasta incantata dal suo stile quando ho letto la prima parte di 1Q84, ma la trama alla fine non mi ha catturata: non ho mai letto la seconda parte. Quanto a Kafka sulla spiaggia, mi sono arresa dopo poche pagine.
        Riconosco il talento di Murakami, ma preferisco altri grandi della letteratura giapponese.

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  2. Analisi interessante. È un peccato che l’autore, almeno in questo libro, ti dia parso deficitario sotto più punti di vista. Se la trama è debole e al tempo stesso non riesci a creare empatia pur puntando su personaggi/dramma e in più ci aggiungi pure gli svarioni in ambito psicologico… direi che abbiamo un problemino! A me onestamente non attirava molto come autore, adesso anche meno! 😅 Mi auguro solo che i gusti personali incidano e che per qualcun altro, invece, faccia centro pur con le sue mancanze (direi di sì, dato che è un autore quotato).

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    1. Capisco come possa piacere in realtà, le recensioni positive superano di gran lunga quelle negative, quindi evidentemente sono io la presa male 😅
      Diciamo che, oltre ad averlo trovato di una noia insopportabile, ha toccato diversi tasti su cui sono parecchio suscettibile, per cui poteva solo andare male: però a qualcun altro con una sensibilità diversa dalla mia può facilmente piacere!

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  3. Una mia amica ne ha letti diversi, e spinta dalla curiosità per un certo periodo sfogliavo le trame alla ricerca di un titolo da cui iniziare. Poi ho desistito, non credo che ci troveremmo sulla stessa lunghezza d’onda e per ora l’interesse non è tale da decidere di approfondire per farmi una mia opinione. Al momento c’è altro che mi attira di più 🙂

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  4. Ho iniziato a leggere Murakami proprio con Norwegian Wood. Me lo avevano consigliato come possibile lettura per i miei studenti, ma io non ne fui convinta, per le stesse ragioni che porti tu: lento, snervante, senza storia, deprimente… In seguito sono tornata allo scrittore giapponese e ho letto molti romanzi, da Kafka sulla spiaggia a 1Q84, a L’assassinio del commendatore… anche se alcuni sostengono che Norwegian Wood sia la sua opera migliore, io ho amato molto di più i romanzi che ho citato. Murakami unisce alla vena riflessiva, a uno stile piano, quasi sussurrato, con un’attenzione maniacale ai dettagli, un’importante componente surreale, fantastica, e questo mix mi ha fatto innamorare!

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  5. Io ne ho un bel ricordo, ma in effetti è un classico romanzo del periodo dell’adolescenza, con tutti gli stereotipi e i luoghi comuni del caso, quindi è facile che non piaccia se lo stile dell’autore non riesce a trascinare. È l’unico romanzo di Murakami che ho letto finora, ma so che è piuttosto atipico rispetto al resto della sua produzione, quindi puoi andare relativamente tranquilla con il provare altro di suo!💜

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  6. Un libro che lessi tempo fa e di cui mi innamorai del modo in cui Murakami riusciva a descrivere quelle atmosfere blues che lui adora. Mi sono sentito realmente catapultato nella storia. Lui è un grandissimo scrittore e sto cercando di recuperare ogni suo romanzo.

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