recensioni

Coriolano, di William Shakespeare

Finalmente il cigno dell’Avon può tirare un sospiro di sollievo. Con questo ho finito (per il momento) di parlare a sproposito delle sue opere fingendomi titolata per farlo: dopo l’immenso Giulio Cesare, dopo la tragica storia di Antonio e Cleopatra approdiamo oggi alla leggendaria storia di Coriolano, tra le tre senza dubbio la mia preferita.
In alto i calici per l’audace e impavido Caio Marzio detto Coriolano.


Preferirei servirli a modo mio che non governarli a modo loro.

Coriolano (2,1)

Ultima tragedia scritta da Shakespeare (datata 1608) e decisamente tra le più politiche, Coriolano è basato principalmente, come gli altri drammi romani, sulle Vite Parallele di Plutarco.

Caio Marzio è un valoroso generale e condottiero romano, sebbene odiato dai plebei che lo considerano egoista e corrotto, arrogante e nemico del popolo. Ma l’atteggiamento di Roma nei suoi riguardi cambia drasticamente dopo la battaglia contro i Volsci: a Corioli, città volsca, il generale si distingue tra tutti per coraggio e tempra, e portando a Roma la vittoria si guadagna il nome di Coriolano.

Il Senato, con gli occhi a cuoricino per Caio Marzio detto Coriolano, vuole eleggerlo console ma l’atteggiamento d’odio e disprezzo che Coriolano mostra da sempre verso i plebei gli rovina l’elezione: due tribuni, forse invidiosi o forse spaventati dalla prospettiva del pieno potere in mano ad un uomo vendicativo e classista come Coriolano, lo fanno bandire dalla città con l’accusa di tradimento ai danni del popolo.

Volgare branco di cani! il cui fiato detesto quanto il lezzo delle paludi marce, il cui amore considero quanto le carcasse morte degli uomini insepolti che mi corrompono l’aria! Io metto al bando voi!

Coriolano, rivolto al popolo romano (3,3)

Coriolano allora giura vendetta, giura di conquistare Roma con annessi tutti i romani che l’hanno disprezzato e, messo da parte ogni scrupolo, si allea con il vecchio nemico Tullio Aufidio, comndante dei Volsci. Arrivato alle porte di Roma, Coriolano incontra molte facce amiche che tentano di dissuaderlo dal proposito bellicoso, ma il suo cuore cementato dall’odio non cede, e lui non versa una lacrima. Lo raggiungono persino le suppliche della moglie Virgilia, della madre Volumnia e del piccolo figlioletto: è qui che Coriolano vacilla, poi cede, firma la pace, torna nella tanto amata patria rompendo d’un tratto il patto con Aufidio— che però non gradisce e, al culmine di una scena di una potenza e di un’intensità indescrivibili, lo fa uccidere per tradimento.

Veturia ai piedi di Coriolano di Nicholas Poussin. Veturia era la madre di Coriolano, che Shakespeare chiama Volumnia.

Coriolano è, rispetto alle altre tragedie, la più inaccessibile, perché è anche la più politica. Le emozioni che smuove e le passioni che descrive non sono quelle comuni che tutti, chi più chi meno, possiamo aver provato nel quotidiano: facciamo fatica a identificarci nel forte nazionalismo e patriottismo, negli screzi della vita pubblica e nei giochi politici, in Coriolano che sembra animato soltanto dall’interesse per gli affari pubblici, dall’amore per la guerra, per Roma. Verso la moglie Virgilia, verso la madre, verso il figlio ha un rapporto che pare indifferenza, freddo, rigido e anaffettivo, mentre all’opposto esalta la morte in battaglia, si mostra fiero di ogni ferita riportata per la patria e insensibile, se non addirittura soddisfatto, nel vedere in quanti cadono sotto la sua spada. Paradossale e drammaticamente ironico che la sua morte venga, alla fine, non dalla guerra che tanto esaltava, che tanto proclamava come unico modo degno per un uomo di morire, ma dall’aver rinunciato alla guerra, a Roma, per amore della famiglia.

O madre, madre! Che cosa hai fatto? Guarda, i cieli si aprono, gli dei volgono gli occhi in basso e ridono di questa scena innaturale.

Coriolano (5,3)

A rendere poco ‘relatable’ ma anche squisitamente più tridimensionale e storicamente più interessante la tragedia c’è Coriolano stesso, protagonista per il quale in teoria dovremmo simpatizzare ma che è, in realtà, una persona rivoltante: oltre ad essere sanguinario e vendicativo, è intollerante e razzista, tratta il popolo alla stregua di esseri inferiori, li considera parassiti dello Stato e li contrappone a se stesso, uomo di Stato e guerriero che ha combattuto, riportato ferite per Roma e che lavora duramente per garantire il pane agli ingrati ed inutili plebei.

Le idee politiche del generale ricordano facilmente quei dittatori, passati o presenti, che hanno condotto a guerre infinite e morti inutili per nessun’altra ragione se non quella di nutrire la propria vanità e la propria superbia di uomini ambiziosi, giudicando se stessi superiori al “volgo” e credendo di essere tra i pochi al mondo a meritare un trattamento umano.

A partire da questa riflessione, molte rappresentazioni teatrali a partire da quella di Laurence Olivier nel 1955 hanno messo in scena la morte di Coriolano con il generale che viene pugnalato mentre è appeso per i piedi, a testa in giù, ad un alta pedana o al soffitto, come evidente riferimento alla fine di Mussolini.

Bandite, bandite sempre da voi coloro che vi difendono! Cosicché la vostra ignoranza vi consegni come prigionieri più vili a una qualche nazione che vi vincerà senza nemmeno colpo ferire! Ecco: disprezzando, a causa vostra, la vostra città, io le volto le spalle. C’è un mondo altrove!

Coriolano (3,3)

Vi suggerisco ora alcune rappresentazioni (con e senza gente appesa a testa in giù) che ho adorato e che sono più o meno reperibili sul web:

  • Coriolanus, regia di Josie Rourke e con Tom Hiddleston e Mark Gatiss (2014). Disponibile in inglese a pagamento sul sito del National Theater di Londra. Alcune clip sono su Youtube.
  • Coriolano, regia di Claudio Fino (1965). Disponibile in italiano su Youtube.
  • Coriolano in versione moderna, regia di Ralph Fiennes e con Gerard Butler (film, 2011). Disponibile su Prime Video.

Fonti: 1 Note e Profilo storico-critico dell’autore e dell’opera a cura di Antonio Meo (Garzanti ed.,1976). 2 Wikipedia.
Edizione di riferimento: Garzanti ed.,1976. Note, traduzione e prefazione di Antonio Meo. 315 pagine.
Foto di copertina originale di Johan Persson at nationaltheater.org.uk

sabrina

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