recensioni

Medea: voci, di Christa Wolf

Pronunciamo un nome e, poiché le pareti sono porose, entriamo nel tempio di lei, incontro desiderato, dal fondo del tempo ricambia lo sguardo senza esitare.

Infanticida? Ecco, per la prima volta, il dubbio

Introduzione (pag. 7)

Così ci accoglie Christa Wolf: con un dubbio. Dai lontani anfratti del tempo ci è giunta la storia della traditrice, incantatrice, pluriassassina con l’aggravante dell’infanticidio per gelosia: la storia di Medea arriva ai nostri giorni per bocca di un drammaturgo, Euripide, che, per l’autrice non v’è dubbio, si macchiò in modo imperdonabile di revisionismo storico.

E allora con un minuzioso lavoro di ricerca e affidandosi a frammenti storiografici insabbiati dal tempo, Wolf rimette insieme un’altra versione della storia, immaginando che siano i suoi stessi protagonisti a raccontarcela: i soliloqui di Medea, Giasone, degli astronomi Acamante e Leuco, di Agameda (una Colca un tempo allieva di Medea) e di Glauce, figlia di Creonte e futura sposa di Giasone, si alternano l’uno all’altro dandoci ognuno un indizio per rimettere insieme la storia (vera) di Medea.

William Wetmore, “Medea”, 1865 (particolare). Metropolitan Museum of Art

Medea, figlia di Eete re della Colchide, è dipinta dalla mitologia come una maga potente e crudele, che non si fa scrupoli nel tradire il padre e il regno della Colchide per amore di Giasone e che non esita ad uccidere, distruggere, avvelenare, infuocare e maledire qualunque cosa si trovi ad intralciarle la strada.

Euripide aggiunge alla caratterizzazione di Medea dei tratti ulteriori e alla storia giusto un po’ più di drama (perché dai, in una tragedia greca è quantomeno inaccettabile che muoia così poca gente): troviamo dunque un ulteriore tradimento, quello di Giasone ai danni di Medea e lo scoppio di gelosia di quest’ultima che, furiosa d’odio, uccide (in modo alquanto truculento, aggiungerei) i figli avuti da Giasone e la sua nuova sposa, Glauce, per poi darsi alla fuga.

Nel suo breve romanzo Christa Wolf mantiene gli elementi essenziali della storia— la morte del fratellino Apsirto, l’uccisione dei piccoli figli di Medea e Giasone, il tradimento e le sue sventurate conseguenze. Cambia però il retroscena: aggiunge alla trama classica la macchia di un ignominioso crimine su cui la civilizzata, marmorea e dorata monarchia di Corinto è stata costruita, un evento delittuoso avvolto in spire di omertà e menzogne che verrà penetrato proprio da Medea.

[…] la verità dunque, solo che, come tante verità, si fondava su false premesse.

Com’è immaginabile, la nostra protagonista diventa un personaggio scomodo, ancor più perché Medea è salda e irriducibile nel suo rifiuto a tacere e a “farsi invisibile” come vorrebbe Corinto: la sicurezza di Medea è fuori luogo a Corinto, e il suo fiero amor proprio viene giudicato arroganza, e lei di una superbia che risulta quasi impertinente in una selvaggia, in una donna immigrata nella civilizzata e nobile Grecia.

Su di lei, un tempo guaritrice fidata e donna amata, si abbatte il marchio infamante della calunnia, dell’emarginazione e del razzismo: la punizione di Medea che “sa troppo”, di Medea che mantiene la testa sempre troppo alta, diventa ben presto l’ostracismo, l’odio generale e condiviso dal popolo greco che la chiama “strega”, “ammaliatrice”, “lamia”, “puttana”, e che assegna a lei (alla donna, alla straniera, all’ “Altro”) il truce ruolo di capro espiatorio, di vittima sacrificale “per propiziarsi il perdono degli dei”, in nome di un’atroce e cinica Ragion di Stato.

Se non fosse così superba. In fondo era lei la profuga, dipendente da me.

Giasone (pag. 53)

Ammetto che dalle prime pagine ho trovato il libro un po’ ostico e faticoso: l’uso insolito e poco intuitivo della punteggiatura, il linguaggio nobile e solenne, teatrale, da vera e propria tragedia Antica e la strategia narrativa dei monologhi rendono la lettura poco scorrevole. Ci vuole un po’ per adattarsi alla mancanza di un contesto ben definito a priori ma presentato un pezzo per volta, spezzettato, e da sei prospettive diverse: ci si abitua facilmente però, e una volta superato questo scoglio ci si trova davanti una storia di un’eleganza sublime che vi avvinghia, vi trascina, vi coinvolge fino al rovinoso e travolgente finale.


Euripide si fa complice del crimine accettando di far passare alla storia la versione sfregiata, falsata della realtà, in modo che passi alla storia anche la superiorità della civiltà e dell’intelletto greci, e l’inferiorità della barbara e incivile Colchide. Wolf fa l’esatto contrario: nel romanzo, in cui emerge una forte sensibilità politica (la crisi del DDR in Germania ha influenzato molti scritti della Wolf 1), femminista e antirazzista, l’autrice ci svela, invece, l’intrinseca barbarie mostrata dal popolo greco che, mentre si propone come modello di razionalità e modernismo, si mostra intollerante e razzista, misogino e sanguinario, marcio nelle sue stesse fondamenta. 2

Una volta Medea stette ad ascoltare quei canti insieme a me. Alla fine disse: di noi hanno fatto ciò di cui avevano bisogno.

Di te l’eroe, e di me la donna malvagia.

Giasone (pag. 43)

Edizione: Edizioni e/o, 1996 (192 pag.) Trad. Anita Raja.

1-2Postfazione di Anna Chiarloni.

sabrina

9 pensieri riguardo “Medea: voci, di Christa Wolf

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