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Odio gli uomini, di Pauline Harmange

Oggi mi do anch’io alle recensioni pop parlando di un libro che negli ultimi mesi è esploso ovunque, imbrattando di bile e veleno l’universo dei lettori, il mondo femminista e, tanto per non farsi mancare niente, anche quello dei profili social che solitamente non trattano né l’una né l’altra cosa.

Il libro in questione è un saggio di un centinaio di pagine che si legge in un’ora e che, per i contenuti e i toni non esattamente pacati con cui è scritto è stato paragonato al Mein Kampf, al “nuovo manifesto del nazismo del nuovo secolo” e, nella recensione migliore che ho trovato su Amazon, ad un utile oggetto per bilanciare la gamba del tavolo.

Benissimo, direi che la copertina ci ha fatto indignare abbastanza, ora il libro lo leggiamo anche o ci fermiamo al titolo?


Odio gli uomini“, è vero, parte da un’ammissione che lascia poco spazio alle interpretazioni: se proviamo a sostituire “uomini” con una qualsiasi altra categoria, come “neri” o “trans” o “gay”, ne viene fuori un’ammissione bella e buona d’intolleranza razziale in un caso e omo-transfobica nell’altro. Ma questo succederebbe se, dimentichi della basilare regola che recita “non si giudicano i libri dalla copertina” e della fondamentale legge per cui prima di seguire le opinioni altrui così di default sarebbe il caso di leggere ed informarsi per conto proprio, ci fermassimo alla scritta gialla così ben visibile del titolo senza sfogliare nemmeno per sbaglio il testo, se non per ricercarci dentro le idee preconcette che già ci siamo fatti.

Pauline Harmange non odia a prescindere qualunque essere umano dotato di pene, non incita all’intolleranza né giustifica un tipo sessismo (quello verso gli uomini) condannandone un altro (quello verso le donne): semplicemente, mal sopporta “tutti gli uomini cisgender, socializzati come tali, che godono dei propri privilegi maschili senza metterli in discussione

Gli uomini che lei descrive come “pigri, violenti, vigliacchi, mancanti d’empatia e incapaci di ascoltare” non sono tutti gli esemplari maschi di homo sapiens sapiens, ma quegli uomini che innalzano muri anti-femminismo al solo accennargli il fatto che il genere maschile potrebbe avere un problema (culturalmente determinato) con l’aggressività e l’esaltazione della violenza, ad esempio, o con le aspettative sociali che li vogliono sempre “duri, fieri e potenti” e che portano tanti uomini ad esagerare, ostentare “durezza, fierezza e potenza” pur di non passare per gay.

L’autrice ce l’ha con quelli che violentano o malmenano le donne per affermare la propria potenza, con quelli che fanno battute sessiste o sessualizzanti e con quelli che ne ridono o tacciono invece di dir loro di farla finita. Harmange detesta quegli uomini, insomma, che sono parte del problema e che, restii ad ammetterlo, non fanno niente per migliorare un po’ le cose, mettendo sé stessi e il proprio modello di pensiero in discussione.

Pauline Harmange si auto-definisce “misandrica”, e lo ammette nelle primissime pagine: per cui noi lettori, accecati dalla rabbia, diventiamo incapaci di cogliere l’intento ironico e provocatorio con cui si appiccica questa vergognosa accusa:

“L’accusa di misandria è un meccanismo di silenziamento: un modo di mettere a tacere la rabbia, a volte violenta ma sempre legittima, delle persone oppresse contro i loro oppressori.”

Odio gli uomini, P. Harmange

Si riprende, insomma, con ironia l’appellativo che da sempre viene affibbiato alle femministe che fanno notare l’esistenza dl patriarcato.

Il saggio, che raccontato così sembra una lamentela di dimensioni bibliche su quanto certi uomini siano brutti e cattivi, in verità tratta svariati argomenti: dal problema dell’aggressività cui sono costretti gli uomini alle differenti aspettative di genere in fatto di sesso e relazioni, dalla necessità a legittimare la rabbia delle donne al bisogno di distaccarsi dal “male gaze” (lo sguardo maschile sessualizzante), fino ad un invito diretto alle donne (che ovviamente sono spesso anch’esse parte del problema) alla sorellanza.

Quello che non mi ha convinto sta proprio qui: in fatto di temi e argomentazioni il libro non dice, in fondo, niente che altri autori e autrici non abbiano già trattato, magari in modo anche più approfondito e più preciso: come primo approccio al femminismo confonderebbe le idee non poco leggere dei tanti temi soltanto vagamente toccati e lasciati lì senza spiegazioni chiare, letto invece da chi un’infarinatura in merito già ce l’ha potrebbe risultare ripetitivo e leggermente impreciso.

Sicuramente, però, Pauline Harmange con le sue parole furiose e aggressive dimostra la difficoltà che abbiamo ancora nel legittimare la rabbia quando proviene da una donna: si potrebbe, per dire, far notare il fatto estremamente curioso per cui una donna incazzata contro gli uomini è nientemeno che la nuova Hitler mentre Elon Musk con il suo famoso tweet sulla redpill non mi pare abbia scatenato tanta indignazione da venire paragonato ad uno dei più pericolosi e crudeli tiranni nazisti che si siano mai visti. Qualcuno chiese di censurare quel tweet con lo stesso rancore e con la stessa furia con cui è stato chiesto fino allo sfinimento di censurare “Odio gli uomini”?

Edizione di riferimento: Garzanti, 2021.

128 pagine. Trad. Bianca Bernardi.

sabrina

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