Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta, scritto nel 1960 e pubblicato l’anno seguente, per rompere il mutismo e il negazionismo aberrante attorno alla mafia sceglie la forma del racconto: non un saggio, non un’inchiesta, ma una forma letteraria ampiamente accessibile e sicura, schermata com’è dietro quel (bugiardo, sarcastico, amaro) “inutile dire che non c’è nel racconto personaggio o fatto che abbia rispondenza, se non fortuita, con persone esistenti e fatti accaduti”.

Il giorno della civetta è la storia di un omicidio mafioso e del tanto coraggioso quanto donchisciottesco tentativo di un capitano dei carabinieri di fare giustizia.


Salvatore Colasberna, proprietario di un’ impresa edilizia, viene ucciso mentre sta prendendo l’autobus per andare a lavoro, ammazzato sotto gli occhi muti dei molti passeggeri, del conducente, del controllore e di un venditore ambulante di panelle.

I passeggeri dell’autobus fanno presto a dileguarsi prima che arrivi la polizia, degli altri nessuno parla. Il capitano dell’arma Bellodi però, complici alcuni aiuti anonimi, una mezza idea inizia a farsela: comincia a fare domande, a interrogare famigliari e conoscenti di Salvatore circa la possibilità che l’imprenditore possa aver rinunciato a “certe proposte” ed essere quindi stato ammazzato per questo, a seguire insomma la pista dell’omicidio mafioso.

Eppure il pazzo sembra essere lui, Bellodi, alla ricerca di questa “mafia” che non esiste, quest’invenzione di “voi settentrionali”, pieni di pregiudizi verso il Sud e la Sicilia: la mafia, gli dicono tutti, è un’entità fittizia, inventata, mistica,non c’è mai stata.

Il Capitano incontra corruzione e omertà in ogni angolo di questo asfissiante paesello e anche fuori, a Roma, in Tribunale, in Parlamento: la mafia ha appestato tutto, ma Bellodi una traccia la trova, la segue e la persegue fino alla fine, fino all’epilogo che non vi svelo ma che non può che essere, realisticamente, un’amara rassegnazione all’impotenza della giustizia verso la criminalità organizzata.

Foto di Alex Nicolae da Pixabay

A rendere il racconto fluido e svelto sono sia la sua brevità (poco più di cento pagine), sia la struttura da poliziesco che prende il lettore fin dalla prima riga e lo tiene incollato, curioso, fino all’ultima parola, sia (soprattutto) una narrazione sapientemente scarna, ridotta all’osso ma decisamente poetica ed evocativa che dipinge l’ambientazione siciliana in tutti i suoi vividi, afosi, caratteristici colori.

Il lettore si sente trascinato da una corrente, come in un sogno, incapace di staccare gli occhi dalle pagine ma non soltanto per l’intrigo da libro giallo e per lo stile così piacevolmente discorsivo: a tenerlo intrappolato nella storia è soprattutto il dipanarsi gradualmente sempre più spaventoso del “morbo” della mafia, che tutto raggiunge e contagia, aiutato dal silenzio di chi sa e non parla per paura o interesse.

« E poi: che cos’è la mafia? … Una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa… Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire…  »

Pag. 65

Il giorno della civetta, primo tra i romanzi che raccontano la mafia, esce in un periodo in cui il Governo “non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma addirittura lo negava“: la potenza del racconto non sta solo nel coraggioso tentativo di denunciare la presenza della mafia e di spiegarne i meccanismi, svelarne le modalità d’azione, ma sta anche e forse principalmente nell’ammettere che il problema non è la mafia né la Sicilia né gli italiani, ma chi si schiera al suo fianco, coi fatti o col silenzio, pur sapendo che il suo posto è dalla parte della giustizia.

Sciascia scrive la mafia, la espone alla luce del giorno sottraendola alle tenebre in cui è abituata a vivere (“…come la civetta quando di giorno compare”), in un clima di non piena libertà, mascherando, camuffando, togliendo personaggi, perché

Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio. Gli Stati Uniti d’America possono avere, nella narrativa e nei films, generali imbecilli, giudici corrotti e poliziotti farabutti. […] L’Italia non ne ha mai avuti, non ne ha, non ne avrà mai. Così è.

pag. 137

Edizione di riferimento: Gli Adelphi, 2002. 137 pagine.

sabrina

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