recensioni

Blu Quasi Trasparente, di Murakami Ryu

Ogni cosa irradia luce propria.

Se vi è piaciuto Haruki Murakami o cercate qualcosa di simile alla sua scrittura onirica e soffice questo è il libro sbagliato. Murakami Ryu è più simile a Chuck Palahniuk in “Soffocare” o in “Gang Bang”, a Irvine Welsh in Trainspotting, o ai Cannibali in “Gioventù Cannibale”: è disturbante, secco, brutale. A chi abbia trovato insopportabile, ‘inutilmente crudo’ o in qualche modo moralmente offensivo uno dei romanzi degli autori sopra citati vi consiglio caldamente di leggere qualcos’altro.


Blu Quasi Trasparente è il romanzo d’esordio del giapponese Ryu Murakami, omonimo ma che c’entra decisamente poco con l’altro Murakami, Haruki. Dopo la prima traduzione ad opera di Rizzoli datata 1993 è stato fuori catalogo fino a quest’anno, quando la Atmosphere Libri ha deciso di fare un favore al mondo italico e riprenderne in mano la traduzione.

Il romanzo, che tra l’altro è molto breve, è parzialmente autobiografico: il protagonista si chiama Ryu come l’autore, ha circa vent’anni, tanti quanti ne aveva Murakami quando scrisse il libro, e vive anche lui in una cittadina periferica del Giappone vicino ad una base militare americana. A fare da sfondo agli eventi c’è un Giappone che inizia appena a riprendersi dal crollo economico avuto per colpa delle due guerre, un Giappone già proteso con interesse verso l’Occidente e soprattutto un Giappone come siamo abituati a pensarlo: super-efficiente e iper-produttivo.

In questo ambiente stacanovista e asettico si muovono i nostri protagonisti, Ryu e il suo gruppo di amici: ragazzi poco più che ventenni ma già senza prospettive, senza interessi né desideri, i nostri protagonisti ricordano innegabilmente gli sbandati e apatici ‘tossici’ di Trainspotting: a spasso per le strade o, più spesso, chiusi tra quattro mura, non fanno altro che bere, fumare, ingioiare pasticche, iniettarsi in vena qualsiasi cosa facendo a malapena caso a che tipo di droga sia e quanta ne stanno prendendo, partecipare a violente orge a ritmo praticamente continuato, per poi dormire per giorni interi di fila.

La storia è praticamente priva di trama, ma è in compenso ricca di immagini, visive e persino olfattive che rimandano al disagio esistenziale dei giovani protagonisti.

Foto di thestarman at pixabay

Il libro procede in modo faticoso e abbastanza lento: uno dei motivi è l’assenza di una trama forte e strutturata. L’intero romanzo non è altro che un susseguirsi di scene apparentemente fini a se stesse e slegate tra loro che mostrano i protagonisti nel quotidiano della loro dipendenza da sostanze; il filo narrativo è a dir poco confusionario, disordinato, come se si trattasse di fogli di appunti mischiati e mai rimessi in ordine, e questo può risultare fastidioso al lettore, che si ritrova sprofondato in un maleodorante e vischioso grumo di vicende che si susseguono senza senso e che per di più mostrano scene di una violenza e di una sgradevolezza estreme.

Ryu è la voce narrante, e raccontando le vicende al presente e in prima persona, ci costringe ad accompagnarlo per tutto il libro, come se fossimo anche noi parte del malandato e disagiato gruppo di amici — e ci trascina in un mondo che oscilla tra l’apatia totale e l’estrema, irruenta esplosione di emozioni forti, ferine, esagerate. Con Ryu dovremmo, in teoria, empatizzare, immedesimarci e vivere gli eventi con trasporto come se fossimo Ryu, ma questo non succede, perché il giovane Ryu racconta il tutto con un tono distaccato, spento, come se non gli importasse davvero di quello che racconta o come se quella di cui parla fosse la vita di qualcun altro e non la sua. E’ solo nelle ultime righe finali del romanzo che la narrazione sterile e distaccata fa spazio, per un attimo intenso e doloroso, ad una confessione intima e personale.

“Nella stanza sprofondata nel buio più totale si percepisce soltanto il respiro di Reiko; mentre cerco di resistere alla nausea, vado via via perdendo coscienza di me stesso. Dalle ascelle di Reiko, che è di sangue misto, proviene un odore acre identico a quello dell’ananas andato a male. Mi viene in mente il viso di una donna. Il viso di una donna straniera, vista tanto tempo fa in un sogno o in un film …

“Blu Quasi Trasparente” è una lettura poco versatile, che alcuni potrebbero trovare spinta al punto da risultare offensiva. Il parallelismo con la trilogia di Trainspotting di Welsh regge anche su questo, perché in entrambi viene fatto un uso ampio, prepotente ma consapevole dell’estetica della sgradevolezza. Murakami cerca immagini forti che provochino ribrezzo e disgusto, che nauseino il lettore – e lo fa in segno di denuncia: scene di sesso violento, overdosi ed aggressioni a sangue descritte con dovizia di particolari, ma anche, più subdolamente, tramite le immagini ricorrenti di cibi che marciscono, di alimenti avariati che impestano la casa con forti odori nauseanti, tramite il colare continuo di liquidi aciduli derivanti dalla putrefazione di latte, frutta e di fluidi corporei. In questo modo decisamente appariscente, scandaloso, il ventenne Ryu Murakami si oppone ad una società marcia e contraddittoria che vuole mostrarsi dorata, splendente, perfetta ed efficiente: dà così voce al grido di una generazione completamente smarrita, cresciuta nel benessere economico e nella povertà effettiva, che senza mai problemi e senza mai motivi di gioia cerca un’emozione, una qualsiasi, in tutto ciò che è eccessivo e violento, che è proibito e autolesivo.

Ironia della sorte, il romanzo vinse il premio Akutagawa, ma in seguito all’attribuzione del premio parte della giuria si dimise per protesta. Lo stesso Giappone padre degli hentai e del bukakke – un po’ ironico, no?

Blu quasi trasparente non è la lettura più rilassante o spassosa del mondo, e non è adatta a tutti né a qualsiasi tempo di vita si stia attraversando: eppure né il ritmo lento, né i temi importanti, né tantomeno lo stile intenzionalmente sgradevole e cattivo devono trarre in errore. Non è una lettura spiacevole, e non ci sono soltanto scene sgradevoli e cattive: ce ne sono di dolci e di una bellezza commovente, che rivelano un fondo di umanità dietro l’ostentata brutalità.

Mi sono alzato in piedi, ho camminato in direzione di casa mia. Ho pensato di voler diventare come quel pezzo di vetro; di voler provare a riflettere io, allora, quella delicata linea bianca ondulata. Di voler mostrare anche agli altri quella dolce linea ondulata riflessa su me stesso.

Traduttore: Bruno Forzan Editore: Atmosphere Libri

Anno edizione: 2020 Pagine: 159

sabrina

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