recensioni

L’artista del coltello, di Irvine Welsh 

Di solito, quando mi chiedono quale sia il mio libro, film, musicista, album, regista… preferito  non riesco mai a decidermi, non so mai sceglierne uno su tutti. L’eccezione che conferma la regola è Irvine Welsh, mio autore preferito di sempre che tutt’ora troneggia imbattuto nel mio personale Olimpo letterario. Irvine Welsh è l’autore di Trainspotting, il libro da cui è stato tratto l’omonimo film cult del 1996, e degli altri due volumi che completano la “trilogia di Trainspotting” (Porno, il sequel scritto nel 2002 e Skagboys, il prequel del 2012).

L’artista del coltello è l’ultimo libro che ho letto dello scrittore scozzese. Si tratta di una sorta di spin-off di Trainspotting dedicato interamente al grandioso personaggio di Francis “Franco” Begbie, e si colloca temporalmente dopo gli eventi descritti in Porno.


Begbie, che avevamo lasciato in condizioni un po’ pessime nel capitolo precedente, ora si fa chiamare Jim Francis, sta in California, è sposato con la bella Melanie (la sua terapeuta dei tempi del carcere) e ha due stupende bimbe a cui è affezionatissimo. Ora il violento psicopatico scozzese tutto birre e mazzate è un artista: pittore ma soprattutto scultore di magnifiche statue che ritraggono personaggi famosi… mutilati. Accanendosi con martelli, lame di ogni genere, oggetti contundenti d’ogni tipo  si diverte a sfigurare Madonna, Donald Trump, Brad Pitt, creando opere che sono, tra l’altro, acclamatissime: non solo alle sue mostre d’arte partecipano i più ricchi esponenti del mondo dell’arte e dello spettacolo ma anzi, spesso sono le stesse star di Hollywood a commissionargli ritratti mutilati di ex mariti/mogli/fiamme più o meno passeggere/registi stronzi.

Insomma, va tutto alla grande: Begb- Jim Francis non tocca alcol e sigarette da tempo e non pesta a sangue qualcuno che non sia fatto di argilla da anni. L’arte lo aiuta a sfogare i suoi impulsi violenti cosicché nella vita reale è un normalissimo, gentilissimo e affettuosissimo essere umano, artista di successo, padre di famiglia.

Va tutto alla grande finché il nostro non è costretto a tornare in Scozia per la morte del figlio Sean, avuto con la precedente moglie June. Per quelli come Jim tornare nei vecchi ambienti vuol dire rischiare di tornare alle vecchie abitudini: e in effetti, da questo momento in poi il romanzo è una sorta di tacita battaglia tra Begbie, che lotta per mantenere l’autocontrollo e mostrare a tutti che non è più quello di una volta, e tutti gli altri che lo conoscono come il pazzo omicida e, non credendo nemmeno per un attimo al “teatrino dell’autocontrollo”, sembrano aizzarlo, impazienti di ritrovare il “vecchio Begbie”.

begbiebanner

E’ quasi inevitabile che un romanzo su un personaggio dalla personalità come quella di Francis Begbie finisca per essere un thriller, o un noir intriso di sangue e pestaggi: anche se qui abbiamo un Begbie che al pub ordina succo d’arancia e che risponde con cordialità e compostezza a chi lo chiama “checca” , è pur sempre un uomo arrabbiato – arrabbiato con l’assassino di suo figlio, tanto per cominciare, e con la polizia che non sembra interessata a far giustizia su quello che considera solo un altro caso di “omicidio tra tossici”,  ma anche con se stesso, perché sa di essere stato un pessimo padre per Sean e per il fratello Michael- e uno come Begbie sarebbe sempre meglio non farlo arrabbiare, anche quando è astemio e apparentemente calmo.

«Dicono sempre ‘ascolta come reagisce la tua pancia’» mormora. «Se ascoltassi la mia, qua dentro non resterebbe uno stronzo che respira.» Sorride allegramente. «E non sarebbe bene» aggiunge.

Eppure sarebbe un’errore ridurre questo romanzo solamente ad un thriller: sì, perché ai ritmi incalzanti da “giallo-noir” della trama principale, in cui Jim/Franco gira per Edimburgo mettendo insieme i pezzi dell’omicidio di Sean per scoprirne finalmente il colpevole, si alternano passaggi ben più lenti di una tenerezza micidiale.

L’aveva fatto già in Skagboys e soprattutto già in Porno, quando in non più di una frase o al più di mezzo paragrafo fotografava in modo fermo e nitido la parte ferita e umana dell’alcolista “psicato”, eppure qui Welsh si spinge oltre. Scava nell’infanzia di Begbie, approfondisce i suoi rapporti con la famiglia e soprattutto con le figure di riferimento maschili come il padre e il nonno, rivela di lui debolezze e fragilità che gli appassionati di Trainspotting non sospetterebbero mai. L’artista del coltello mostra così tanti aspetti intimi e personali di Franco che il lettore arrivato a metà romanzo non sa più se provare verso di lui paura, terrore, ribrezzo o tenerezza, simpatia, compassione.

“I suoi occhi puntano istintivamente al culo [di Frances]. Per un attimo il movimento ondulatorio delle natiche lo ammalia, ma poi ricorda le discussioni con Melanie a proposito dello sguardo maschile reificante e solleva gli occhi sulla sagoma in generale.”

(raro esempio di un Begbie redento sulla via del femminismo)

In Trainspotting Welsh descriveva la realtà della tossicodipendenza nel modo più autentico possibile, mostrandone tutto il lato sporco, ributtante e vomitevole; in Skagboys mostrava tutta la tristezza e la gretta ignoranza di un’ambiente di vita opprimente e violento che rende cronicamente insoddisfatti e infelici; ne L’Artista del coltello, allo stesso modo, Begbie è solo il pretesto con cui Welsh intende muovere una critica all’intero sistema educativo e ri-educativo: a partire dalle scuole elementari che non aiutavano Franco con la sua dislessia e in cui, anzi, gli insegnanti erano i primi a deriderlo, fino al fallace sistema carcerario che insegna ad un sociopatico dalla violenza istintiva e incontrollata a controllare quella violenza, premeditarla e incanalarla e nasconderla – non a rielaborarla come sofferenza per poi eliminarla, o trasformarla in qualcosa di positivo.

L’artista del coltello ci scopre un Bebgie violento e aggressivo perché vulnerabile, cresciuto con modelli educativi devianti che insegnavano fin da bambini a sentirsi umiliati per le proprie difficoltà e a nascondersi dietro una forza fisica brutale ed eccessiva, costantemente traviato dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto prima educarlo e poi riabilitarlo.


Sul retro di copertina di Skagboys mi ricordo che si dicesse che il libro era fatto di “scene di devastante crudezza e depravazione, episodi grotteschi e squarci di inaspettata poesia e tenerezza”. Ecco a voi un’esempio di “squarcio di inaspettata poesia e tenerezza”. You’re welcome:

Ora ricorda quella volta che l’insegnante aveva chiesto a Mark Renton di prestarsi [alla lettura].  «No» aveva risposto Renton.
«Come? Che cosa intendi dire con ‘no’, Renton?»
«Che non leggo.»
«E perché?»
«Perché non m’ interessa» aveva replicato Renton mentre tra i banchi scoppiettavano di ridarella.
«Bene, allora ti darò qualcosa che ti interesserà». La voce di Hetherington si era alzata, e aveva tirato fuori lo scudiscio dal primo cassetto.
«Leggi il brano, Renton» aveva ordinato.
Mark Renton aveva piantato gli occhi sulla scrivania. «No.»
[…]
E Franco lo sapeva, che quello di Mark Renton era un gesto di solidarietà nei suoi confronti. Da allora gli aveva voluto bene, avrebbe fatto qualunque cosa per lui.

Edizione di riferimento: TEA Edizioni (Teadue),2016 Traduzione: Massimo Bocchiola PREZZO: 11,90 €.

sabrina

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