recensioni

La signora Dalloway di Virginia Woolf

La Signora Dalloway, quarto romanzo della scrittrice inglese, pubblicato nel 1925 ed ambientato due anni prima, racconta della giornata di una londinese dei quartieri alti, Clarissa, aristocratica cinquantenne un po’ cinica e snob, moglie di un deputato conservatore.

É il 13 giugno del 1923 e Clarissa decide che, per quella sera, darà una festa. Saranno presenti molti appartenenti alla classe benestante londinese (medici, politici, persino il Primo Ministro) per cui Clarissa è occupata fino all’ora della festa nei preparativi. Questo e nient’altro accade nel romanzo: lei che cammina per Londra, che incontra gente, amici, conoscenti, perfetti sconosciuti, lei che rammenda vestiti, che parla con vecchi amici che non vede da anni, come l’innamorato Peter tornato dall’India e l’amica, tanto amata, Sally.

a2999309bd8b48ad1fdf73b6c532c3d8
(foto da TV_FADINGBEAUTY )

Il romanzo è, più che un viaggio in una vicenda o in una storia, un viaggio nei pensieri della gente: Virginia Woolf non fa altro che condurre il lettore all’interno della mente dei vari personaggi, che si passano il testimone in modo naturale e quasi impercettibile, tanto che a volte si fa fatica a tenere il passo con i cambi di inquadratura. I personaggi conducono la loro anonima e routinaria giornata, ma il lettore li conosce  tramite il loro flusso di pensieri, tramite la visione di ciò che accade di solito nella mente della gente quando è in strada a passeggio o ad un pranzo di lavoro.

Nonostante questa “staffetta narrativa” che permette di approfondire e conoscere diversi personaggi, tutto torna sempre alla signora Dalloway, tutto gira intorno a lei, alla sua giornata, alla sua festa: persino la notizia terribile che giungerà nel corso della serata non verrà presa inizialmente come un’avvenimento triste da Clarissa, ma come un intoppo alla sua serata, uno spiacevole incidente che le rovina l’allegria della festa (“che diritto hanno di parlarne?“).

In realtà, questa leggerezza mentale è solo apparente, è solo la maschera che Clarissa indossa per liberarsi dal tedio di giornate vuote, sempre uguali, che avanzano annoiate lungo la strada della vecchiaia, sempre più vicine alla fine. Clarissa appare snob e dal carattere freddo, dall’indole superficiale, e così viene descritta dai suoi amici di giovinezza: Clarissa e il suo matrimonio “di comodo”, Clarissa che ha scelto il razionale, rigido, radicale, ricco Richard, rifiutando Peter, più passionale e dal carattere meno gestibile, dal futuro professionale meno certo, Clarissa e le sue feste senza motivo, giusto per divertirsi, che non accetta mai l’invito nella casa in campagna di Sally e del marito (di origini operaie) “perché è snob“.

Così è vista da chi la conosce di persona, da chi di lei vede solo le scelte e i comportamenti manifesti: la sua mente, tuttavia, è ben più complessa. Già passeggiando per Londra, seguendone il corso dei pensieri ci rendiamo conto che Clarissa rivela, in realtà, una certa malinconica profondità e una superficialità che è solo di facciata; ci rendiamo conto che le sue feste non sono frivole, ma “un dono”, un’offerta che lei fa alla gente, che l’amore per la vita mondana di Clarissa altro non è che amore per qualcosa che aiuta a riempire le giornate altrimenti vuote, la propria e quella degli altri.

Clarissa d’altronde è anche la sola che, durante il ricevimento, rimane turbata dalla notizia di un giovane suicida riferita dalla moglie del medico Bradshaw: ha bisogno di ritirarsi in una stanza, da sola, e riflettere sulla notizia, sulla morte e il valore della vita, mentre nella sala della festa nessuno sembra colpito, a nessuno sembra importare di quello che, in fondo, è solo uno sconosciuto dal vissuto emotivo tanto lontano da quello dei presenti.

(SPOILER) É interessante il modo in cui Virginia Woolf “fa morire” Septimus: non per depressione, non per ribellione o desiderio di porre fine alle sofferenze, ma come fuga. Prima di buttarsi dalla finestra il ragazzo indugia, aspetta, perché in fondo non vuole farlo se non per sfuggire al medico che sente come minaccioso: è il tipico medico, tristemente frequente nella realtà, che tiene in ben poco conto il volere del paziente, che ragiona meccanicamente, che associa la cura alla scomparsa dei sintomi e che ignora il paradosso (e il pericolo) di costringere un paziente malato di mente alla cura.

L’uso del flusso di coscienza come tecnica narrativa è ciò che rende il romanzo originale e distinguibile, conferendogli personalità e stile, ma ad onor del vero è anche ciò che lo fa suonare pesante e complesso nonostante le sue scarse 200 pagine. L’approfondimento della psicologia dei personaggi, la scrittura dettagliata e completa, i periodi lunghi, complessi, l’uso esperto della punteggiatura, la trama scheletrica e priva di colpi di scena o avvenimenti rilevanti sono tutti elementi che rendono la lettura faticosa e lenta e che conducono il lettore a perdersi, talvolta, tra i vari passaggi di testimone, così naturali e spontanei che passano quasi inosservati.

I personaggi sono tutti sapientemente caratterizzati, persino le “comparse”, persino quei personaggi- come Ellie Henderson o Elizabeth- cui non viene dato molto spazio: nelle poche righe concesse loro per dar voce ai loro pensieri riescono a dar vita a caratteri completi, sfaccettati e realistici, verosimili.

La Woolf non cade nell’errore, comune in romanzi corti e privi di una forte trama di sfondo, di creare personaggi monodimensionali e riesce, invece, a dare spessore ad ognuno di loro, di modo che Clarissa non è soltanto “la signora inglese frivola e mondana”,  Mrs Killman non è solo “l’anziana bigotta conservatrice” e Elizabeth non è soltanto la figlia della protagonista.

Da amante dei classici della letteratura inglese l’ho trovato non particolarmente pesante per il linguaggio, i termini e lo stile artefatto tipico del genere, quanto più per la tecnica dei flussi di coscienza e, soprattutto, per i periodi farciti di mille subordinate, che si aprono in un punto per chiudersi cinque frasi dopo. Nonostante questo, è stato comunque interessante leggere dei pensieri di così tante e diverse persone, entrare nel mondo di ognuna e viverne la quotidianità dal loro punto di vista. L’assenza della trama non la rende una lettura noiosa e inutile, perché la scrittrice riesce a comunicare lo stesso l’infelicità di Clarissa – probabilmente di tipo autobiografico.

Edizione di riferimento: Newton Compton Ed. (collana MiniMammut), 2018.
PREZZO: 4,90

⭐⭐⭐

sabrina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...